Si dice che le cose più semplici siano le più straordinarie. Prova ne è questo film d’animazione, che in un’epoca cinematografica in cui imperano effetti digitali e tridimensionali sempre più all’avanguardia si staglia proprio per la semplicità e la poesia del tratto grafico.
Un disegno bidimensionale, sfumato ad acquarello che si mantiene fedele agli album di Gabrielle Vincent da cui il film è tratto e che nella “raffinata imperfezione” trova la sua autenticità e tenerezza. Risultando non meno sorprendente dei cartoon di nuova generazione, come dimostrano il rocambolesco inseguimento tra la polizia e i due protagonisti, o la scena in cui il loro pulmino viene abilmente mimetizzato con il paesaggio circostante e ancora la sequenza in cui prende forma il mondo sotterraneo dei topolini, con le attività che quotidianamente scandiscono la vita del villaggio.

La storia, altrettanto semplice e ambientata in un universo antropomorfo, è quella della strana amicizia tra un orso burbero e solitario di nome Ernest e di una topolina, Celestine, che non vuole diventare dentista, come le è stato imposto dalla società, e sogna di fare la pittrice. Dopo un incontro iniziale burrascoso, i due sviluppano un legame molto forte attraverso il quale per la prima volta fanno esperienza di una vera famiglia e aiutano le rispettive comunità a superare i pregiudizi che da sempre creano tra le due divisioni e ostilità.

La linearità della trama, fruibile anche da un pubblico infante, non impedisce di creare più piani di lettura e di affrontare tematiche adulte. La forma si mette a servizio di un contenuto che, come una scatola cinese, rivela messaggi sempre più profondi. Merito di una sceneggiatura firmata da Daniel Pennac, capace di divertire ma anche commuovere, attraverso riflessioni tutt’altro che scontante, soprattutto per gli spettatori giovani a cui si rivolge. Si ride della goffaggine di Ernest che, a causa del suo volume, diventa protagonista di molte gag da slapstick comedy, così come della pepata determinazione – a metà tra saggezza e insolenza – che anima Celestine. Ma si rimane anche spiazzati quando i due amici ammettono la loro profonda solitudine, non nascondono la paura e con tristezza parlano dei loro sogni, infranti ancor prima di aver provato a realizzarli. L’assenza di una famiglia (la topina vive in un orfanatrofio governato da La Grise, una terribile “mamma” che mantiene l’ordine e la disciplina, incutendo terrore nei piccoli), un talento che non trova il terreno giusto per potersi esprimere (Ernest vorrebbe fare il musicista, Celestine non desidera altro che disegnare) e deve fare i conti con un destino imposto e non scelto, un profondo ed essenziale bisogno d’amore e di condivisione, a dispetto dello stupido pregiudizio per cui topi e orsi non potranno mai essere amici: sono queste le basi su cui si fonda l’immediata affinità che si crea tra i due protagonisti. E che li rende unici agli occhi di una società che non riesce a superare certe (false) credenze, diffidenze e una marcata ottusità mentale. E che tanto meno può sopportare il piccolo furto di cui i due si macchiano. Un gesto che dà a Pennac l’occasione di riflettere sul tema della giustizia, sulla bontà d’animo e soprattutto sul valore della solidarietà.

Ernest & Celestine, pur nella sua semplicità, diventa allora una bella lezione di umanità, sempre attuale, laddove la ricchezza non risiede nella spettacolarità ma nel calore del messaggio e dei disegni che prendono vita sullo schermo. E, per una volta, anche nelle belle voci di Claudio Bisio e Alba Rohrwacher, che doppiano i due protagonisti.

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Mi piace
La semplicità e l’autenticità del disegno a servizio di una storia ricca di contenuti tutt’altro che banali.

Non mi piace
Alcuni personaggi e passaggi possono risultare di difficile comprensione ai bambini più piccoli

Consigliato a chi
Già conosce le avventure di Ernest & Celestine attraverso i libri e a chi vuole riscoprire l’animazione tradizionale. Un film perfetto per tutta la famiglia.

Voto
4/5

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