Dopo 110 anni di storia del cinema, un’idea (quasi) originale non si trova così spesso. Ne trovate una in Frozen, horror d’alta montagna firmato da Adam Green a cui già dovevamo il vintage-splatter Hatchet e lo psico-thriller Spiral, entrambi una spanna sopra la media del genere.
Frozen parte da uno spunto esile ma fulminante: tre amici decidono di passare il weekend sulle piste da sci, ma la domenica sera prendono la seggiovia quando ormai l’impianto sta chiudendo. Risultato: restano bloccati a metà della salita, con trenta metri di vuoto sotto il sedere. Le luci si spengono, la pista è deserta, e fino al venerdì successivo l’impianto non tornerà in funzione. Il resto del film è la storia dei loro tentativi per non finire congelati/sfracellati al suolo/divorati dai lupi. C’è poco da aggiungere: Green sfrutta la sua intuizione come meglio non potrebbe, spargendo pochissimo sangue e lavorando invece sul tema dell’assurdo. I protagonisti passano dall’incredulità, al panico, alla disperazione in modo assolutamente credibile, e più che della paura si finisce preda dell’ansia. Una dimostrazione esemplare di quel che si può fare con una buona idea, tre ottimi attori e un piccolo budget.

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Mi piace
La perfetta costruzione della suspance. L’idea di una situazione di pericolo che si origina in modo credibile praticamente dal nulla.

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Se proprio dobbiamo trovare un difetto, l’unità di luogo è la forza ma anche il limite del film: una cabina sospesa nel vuoto, alla lunga distanza può risultare un po’ noiosa.

Voto: 4/5

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