Non sempre è facile descrivere in modo sintetico un film. Per Gladiatori di Roma questo problema non sussiste: un pasticcio. Perché il nuovo film di Iginio Straffi è un’accozzaglia di citazioni (cinematografiche e filosofico-letterarie: si scomoda pure Socrate) senza soluzione di continuità.

La struttura della storia non potrebbe essere più elementare. Si tratta del classico viaggio dell’eroe (Timo) che per arrivare a realizzare il suo obiettivo finale (diventare un abile gladiatore e conquistare il cuore della bella Lucilla, che ha gli stessi tratti somatici delle Winx) deve superare una serie di difficoltà (la perdita dei genitori, l’assenza di talento, la pigrizia), incontrare un mentore (la sensuale e tosta Diana) per poi affrontare un antagonista (il valoroso Cassio, nipote dell’imperatore e promesso sposo di Lucilla).
Questo lo scheletro, che potrebbe anche reggere e funzionare se non venisse schiacciato dal peso di una sovrastruttura che ne annulla gli intenti. E tra la ricerca continua (e un po’ forzata) della battuta e un sottotesto più adulto (si fa accenno alla globalizzazione) stempera il messaggio portante: per ottenere dei risultati nella vita bisogna impegnarsi in prima persona e imparare ad assumersi le proprie responsabilità.

La linearità e la semplicità della storia rendono il film un prodotto rivolto a un pubblico di bambini. Bambini che difficilmente, però, saranno in grado di cogliere le citazioni cinefile (dal Gladiatore a Fast & Furious) e culturali così come di lasciarsi conquistare da personaggi non proprio ben costruiti, divertenti e appassionanti, a partire dal protagonista: di molti non ci si ricorda nemmeno il nome. C’è la nonna di uno dei colleghi gladiatori di Timo, la maga Circe (siamo nell’antica Roma ma evidentemente questo non vieta di prendere in prestito qualcosa anche dalla mitologia greca), che – come la Regina Cattiva di Biancaneve – domanda al suo specchio chi sia la più pelosa del reame; c’è il coniglietto cinico di Lucilla, che compare ogni tanto giusto il tempo di far irritare qualcuno; ci sono i baby gladiatori, aspiranti lottatori ma già vandali (si divertono a picchiare e derubare Timo) che di tanto in tanto fanno delle gigantesche bolle rose con le loro cicche (serve dire che sono Big Bubble?); c’è Petarda, il cavallo di Diana, che non fiata ma “sfiata” (avete capito…).

A questo si aggiunge un tratto grafico che non può nemmeno pensare di competere con i colossi Pixar, DreamWorks & Co., una colonna sonora in molte sequenze stonata e fuori luogo (siamo nell’antica Roma e risuonano, tra le altre, le note rock dei Gemini Five), un 3D buono ma non determinante o irrununciabile, un’ambientazione non coerente e fortemente contaminata da elementi stravaganti che le impediscono di trasformarsi in una buffa lezione di storia per i più piccoli

A dispetto dello sforzo produttivo che la lavorazione del film ha richiesto, insomma, Gladiatori di Roma risulta un film debole, “disorientato” e con molti di difetti. Non ultimo il fatto che nell’inquadratura finale il Colosseo svetta imponente su Roma dopo che nella battaglia finale è stato completamente distrutto. Fortuna che almeno rimane impressa nella testa quella parola: COGITO, che Timo porta scritto sulla sua casacca da allenamento e che risuona nella sua mente. Come in quella degli spettatori che, non porteranno a casa le risate sperate, ma una morale almeno sì: per ottenere qualcosa bisogna metterci la testa. E soprattutto non barare.

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Mi piace
Alcune battute e alcune gag, soprattutto legate al personaggio di Diana, il più riuscito. Complice l’azzeccata voce di Belén Rodriguez.

Non mi piace
La struttura portante viene completamente sovraccaricata di citazioni, elementi narrativi, personaggi secondari, privi di un’intenzione precisa e superflui. Il film ricerca la risata e un sottotesto più adulto, ma incontra solo confusione.

Consigliato a chi
Ai bambini in età scolare, che possono trovare sullo schermo un po’ di quell’antica Roma che studiano a scuola, in una formula più divertente.

Voto
2/5

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