Centocinquant’anni. Tanti sono passati dalla pubblicazione di Grandi speranze, che tra i capolavori di Charles Dickens è forse quello meno conosciuto (almeno rispetto a colossi come Oliver Twist o Canto di Natale) ma anche il più affascinante. Classica storia di formazione dickensiana a base di orfani che fanno fortuna, il romanzo esplorava anche territori più vicini alla letteratura gotica, regalandoci tra l’altro un personaggio indimenticabile come Miss Havisham; se ne avete brutti ricordi legati alle ore di letteratura inglese a scuola, insomma, cancellateli pure e provate a dare un’altra lettura al libro.

Come tutte le opere dell’autore inglese, e qui arriviamo alla parte che ci interessa, anche Grandi speranze è un romanzo a modo suo molto cinematografico: venne pubblicato per la prima volta a puntate, costringendo l’autore a mantenere una certa linearità nella trama (per non perdersi lettori per strada) e utilizzare trucchetti e cliffhanger vari per tenere viva l’attenzione. Non sorprende, dunque, che dal libro siano già stato tratti quindici tra film e serie tv, né sorprende che per quest’ennesima rivisitazione della storia di Pip sia stato chiamato il regista meno sorprendente d’Oltremanica: Mike Newell, che dopo il boom di Quattro matrimoni e un funerale si è perso nel manierismo all’inglese (con la possibile eccezione di Donnie Brasco) – d’altra parte, che sia quella la sua dimensione lo dimostra l’incursione nel baraccone hollywoodiano di Prince of Persia.

E “manierismo” è la parola che meglio descrive questo ennesimo adattamento di Grandi speranze: dalla campagna del Kent alla sfarzosa Londra vittoriana, la storia dell’orfano Pip viene ripercorsa in maniera pedissequa e senza grossi scossoni di trama, fatte salve le modifiche necessarie a un passaggio da pagina a pellicola. Non funziona male, soprattutto nel primo atto, fatto di campi lunghi su paludi nebbiose e interni di case diroccate con tanto di ragnatele e candelabri. Facce e accenti sono tutti al posto giusto (meraviglioso Jason Flemyng nel ruolo dello zio di Pip), la narrazione procede senza scossoni, lacrimucce e sorrisi arrivano puntuali alla fine di ogni (ideale) capitolo.

C’è un inghippo, ovviamente: la storia di Grandi speranze non è (solo) quella di Pip, orfano di campagna che viene catapultato nella grande metropoli grazie al finanziamento di un ignoto benefattore. È anche quella di Miss Havisham, zitella abbandonata dal marito il giorno del matrimonio e da allora reclusa in casa sua, avvolta nel suo logoro abito da sposa; personaggio tragico e grottesco, Havisham prende Pip sotto la sua ala protettrice e lo educa a diventare un gentiluomo, tanto che lo stesso Pip si convince che sia lei il suo mecenate. Ebbene, tanto il personaggio letterario è potente e sfaccettato quando la sua controparte cinematografica, interpretata da Helena Bonham Carter, è intrappolata nella macchietta che si è costruita in anni di film per il marito. Isterica, eccessivamente teatrale, sempre sopra le righe, incapace di modularsi, la sua interpretazione stride con l’eleganza della confezione e anche con il Pip di Jeremy Irvine, inespressivo e privo di carisma – oltre che inutilmente belloccio, scolpito e pettinato, l’opposto di quello che ci si aspetterebbe da un orfano dickensiano. Non pervenuti, invece, gli altri personaggi, se si esclude la troppo rarefatta presenza di un Ralph Fiennes in versione campagnola.

Il risultato finale rispecchia quello che ci si aspettava da un mestierante come Newell: un buon prodotto, scolastico come il contesto in cui abbiamo conosciuto il romanzo, senza quei guizzi necessari a farcelo ricordare da qui a qualche mese. Il lato positivo? Vederlo potrebbe essere una buona scusa per recuperare il libro di Dickens.

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Mi piace
La messa in scena, soprattutto nell’affascinante primo atto, è elegante e sfarzosa. La fedeltà al romanzo è molto alta.

Non mi piace
I protagonisti: Jeremy Irvine non ha carisma e Helena Bonham Carter è fin troppo caricaturale.

Consigliato a chi
Ai fan dei film in costume e di Charles Dickens.

Voto: 3/5.

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