La cosa più evidente de Il Comandante e la cicogna, e anche la più deludente, è che non racconta nessuna storia. Il film è un maldestro tentativo di fotografare il degrado culturale e morale della società italiana attraverso una manciata di personaggi surreali che ne sono vittime. C’è una giovane artista (Alba Rohrwacher) che per pagare l’affitto si ritrova ad affrescare lo studio di un avvocato senza scrupoli (Luca Zingaretti). Un intellettuale brontolone e scansafatiche che va in giro a fare la morale a chiunque gli capiti a tiro (il direttore di un supermercato che espone merce scaduta, due operai che fissano un’insegna di cattivo gusto, una madre che rimprovera volgarmente la figlia). Un vedovo (ma la moglie fantasma – una Claudia Gerini sempre in bikini (?) – gli fa visita ogni sera) con due figli a carico, che finisce involontariamente a fare il prestanome per un politico delinquente. Le storie dei tre si intrecciano a spaccati di cronaca urbana – due balordi svuotano un parchimetro, altri due litigano alla fermata del tram – sotto lo sguardo inorridito delle statue di Garibaldi, Leonardo e Leopardi, ai cui umori danno voce fuori campo – con imitazioni degne della pubblicità della TIM – Pierfrancesco Favino e Neri Marcoré (appunto).

Ma la commedia corale non va da nessuna parte, perché la satira sociale viene intesa come un catalogo di miserie su cui puntare l’indice, dall’alto di un piedistallo autoeretto: il personaggio di Battiston non è altro che il dito inquisitore di Soldini che si agita a destra e a sinistra. Così il film è senza gambe: i siparietti surreali non hanno capo né coda, sono messi in fila senza necessità o progetto. Un adolescente parla con le cigogne. Il fantasma di una donna compare nella cucina del marito annusando il caffè e dichiarando che i defunti stanno scioperando. Una pittrice idealista si dipinge di giallo e viola i cerotti che ha sul naso.
Ci viene detto che la gente è maleducata. Che è ignorante. Che ogni forma di buon gusto è perduta. Che gli ingenui e gli onesti sono carne da macello per i raggiri di furbi e arroganti. Che gli adolescenti sono superficiali e sottovalutano i pericoli di internet. E tutto questo in una forma cinematografica povera povera – in termini di scrittura, recitazione e messa in scena (si salva giusto qualche panoramica notturna della città).

Soldini ha fatto in passato cose molto belle, ma qui è senza idee, pieno solo della sua indignazione, e non si può pensare che le quattro macchiette già citate, tenute assieme da un coriandolo di sinossi (e dalla tragica metafora della cicogna), ne siano un vestimento sufficiente.

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Mi piace
Il personaggio di Battiston è quello riuscito meglio, e ogni volta che entra in scena le gag vanno a segno

Non mi piace
Troppa voglia di predicare, poca capacità di raccontare

Consigliato a chi
Agli irriducibili di Soldini e della sua vena surreale

Voto: 1/5

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