Immaginate un mondo senza colori, senza sorrisi, senza stimoli; abitato da anime tristi, svuotate, che si muovono per inerzia, desiderose di un unico brivido: la morte. Un mondo piegato dalla crisi e dal carovita, un mondo senza speranza, dove neppure gli uccelli hanno più voglia di volare e di vivere e dove il suicidio è diventato un trend, oltre che un business. È in questo universo che Patrice Leconte costruisce la sua nuova pellicola, un film d’animazione che prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Jean Teulé.

Protagonista è una famiglia di commercianti che ha intuito il potenziale economico della depressione imperante nella propria città e ha aperto la bottega dei suicidi del titolo. I Tuvache sono infatti specializzati in qualsiasi mezzo, strumento o “trucchetto” funzionale al trapasso: veleni letali, lamette rigorosamente affilate a mano, cappi di canapa o sintetici, armi da fuoco, spade, bombole del gas o più economici sacchetti di plastica; da loro o si muore o si viene rimborsati. Gli affari vanno a gonfie vele, finché la nascita del terzo figlio, un bimbo inspiegabilmente allegro e solare, rovina il mesto clima famigliare e interrompe la (s)fortunata serie di dipartite. Alan, questo il nome del piccolo, non fa altro che predicare la bellezza della vita e insieme ad alcuni amici escogita un piano per far tornare la gioia in famiglia e in città.

Ma se sulla carta l’idea sembra curiosa e originale, la traduzione sullo schermo è meno convincente e non del tutto riuscita.
Un primo problema di questo film è il pubblico a cui si rivolge: pur essendo una pellicola d’animazione non è adatta a un pubblico giovane, dal momento che vi sono disseminati diversi contenuti diseducativi (primo fra tutti la non accettazione da parte dei genitori dell’identità del proprio figlio e il reiterato desiderio di metterlo a tacere o addirittura sbarazzarsene) ed è centrale il tema della morte; nello stesso tempo il modo in cui questo viene trattato – scegliendo anche di intervallare i dialoghi a siparietti musicali che proseguono il racconto – non è abbastanza “adulto” da risultare accattivante a un pubblico più maturo. Per intenderci, non siamo di fronte a un Persepolis o a un Valzer con Bashir, ma a un ibrido di cui non sono chiare le intenzioni. Anche perché il messaggio principale che lancia è fin troppo scontato: la vita è bella e non vale la pena buttarla via. Anche se va detto che a questo se ne aggiunge uno più sottile, appena accennato e non certo approfondito, affidato al personaggio del padre: nessuno ha il diritto di rendersi complice della morte di un altro individuo. Peccato che sia proprio il capo famiglia a servire a un cliente una dipartita al cianuro mascherata da crêpe in una delle ultime scene del film.
A questo si collega il secondo evidente problema del film. Ovvero un’evoluzione poco lineare – a volte persino contraddittoria – della storia e dei personaggi, con un evidente cambio di registro che nella seconda metà della pellicola trasforma quella che doveva essere una favola nera in un inno alla vita. Dall’entrata in scena di Alan, tutto cambia troppo velocemente; al suo fianco compaiono amici allegri e sorridenti tanto quanto lui; il padre, prima di cadere in depressione e poi rendersi protagonista di un raptus di follia, fa in tempo a sognare di uccidere il figlio (una delle scene più disturbanti del film) e indurlo a fumare; la sorella maggiore, pur vittima della depressione, si lascia andare a una danza molto sensuale (quasi erotica) e nella frazione di un secondo si innamora, cambia completamente il suo modo di vedere il mondo e decide addirittura di sposarsi; la madre, che depressa e triste in realtà non lo è mai stata (semmai seria e austera), di fronte al cambiamento della figlia gioisce e accetta di buon grado di trasformare la bottega dei suicidi in una crêperie.
Ma per una volta il lieto fine – con cui Laconte sceglie di discostarsi dal romanzo originale – lascia l’amaro in bocca e la sensazione di aver assistito a un “caso” inconsistente e risolto con troppa semplicità e furbizia.

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Mi piace
L’idea originale del film, che di per sé offre parecchi spunti di riflessione, e alcune soluzioni grafiche. La prima parte del film, più “dark”, è più convincente rispetto alla seconda.

Non mi piace
La brusca evoluzione della storia e dei personaggi. Alcuni siparietti musicali risultano piuttosto noiosi.

Consigliato a chi
A un pubblico adulto che non disprezza i film che trattano temi complessi e delicati, pur attraverso la tecnica dell’animazione.

Voto
2/5

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