«Ho tracciato una linea sulla sabbia e poi ho dovuto spostarla. E poi spostarla ancora», dice il governatore Morris (George Clooney) alla moglie in un momento di intimità. È l’argomento del film: Le idi di marzo parla della deriva della morale durante una campagna presidenziale, raccontando un segmento delle primarie tra due candidati democratici, visto con gli occhi di Stephen, un giovane e idealista addetto stampa (Ryan Gosling). La posta in gioco è la maggioranza nello stato strategico dell’Ohio e soprattutto l’appoggio di un senatore e dei deputati che gli fanno capo. Tutto alla fine sarà condizionato dal comportamento imprevedibile di una stagista nemmeno ventenne (Evan Rachel Wood).

Non c’è alcun tentativo di confondere le acque: Clooney, da liberal di ferro (ma figlio di un giornalista), ribadisce la funzione del cinema come sentinella civile, e in un periodo storico in cui le presidenze USA di tutti i colori e le bandiere continuano a sostenere i poteri finanziari che stanno facendo a pezzi il pianeta, mostra in essere il progressivo processo di corruzione delle coscienze, all’interno di un gruppo di uomini che pur sembrano animati dai migliori propositi.
Il nocciolo della questione è che la corruzione, almeno all’inizio, non è mai programmatica, ma circostanziale, legata al quotidiano e alle tentazioni più comuni. (SPOILER) «Se vuoi avere il sostegno della gente puoi mandare in bancarotta il paese, puoi scatenare una guerra, puoi imbrogliare tutti quanti, ma non puoi portarti a letto una stagista», dice Stephen a Morris in un confronto tra i due. (fine SPOILER) Come a dire che la moralità – in politica – non è una questione di codici costituzionali («la Costituzione è la mia unica religione», dice Morris nel suo primo discorso) o di valori condivisi, quanto piuttosto di umori popolari e del modo in cui possono essere manipolati.

In questo groviglio di aspirazioni e tentazioni, le istanze morali finiscono non tanto annichilite o distrutte, quanto “contaminate”. Al suo capo ufficio stampa (Philip Seymour Hoffman) che è a tal punto legato al concetto di lealtà da mettere in pericolo la sua stessa campagna (oltre che il suo posto di lavoro), Stephen – che pure sembra animato da propositi assolutamente sinceri – non reagisce con ammirazione o sdegno, quanto piuttosto con sorpresa, come se all’improvviso qualcuno si fosse messo a giocare fuori dalle regole. Così come alla giornalista del Times (Marisa Tomei), che manipola i rapporti con entrambi in cerca di scoop non si sa – noi stessi, come spettatori – se dedicare ammirazione o sdegno, perché la sua strada passa ancora per il raggiro e non si capisce più quale ne sia l’obiettivo ultimo. Un raggiro, per giunta, che ha perso tutta la sua naiveté, che non sembra più in buona fede (ricordate i due giornalisti di Tutti gli uomini del presidente? Lì a un Dustin Hoffman più spregiudicato si accompagnava come contraltare morale un Robert Redford più onesto e idealista, una figura che qui manca completamente).

Va detto infine che il film manca di qualsiasi pretesa avanguardista nella forma e nella scrittura, e che è umanista solo grazie alla qualità straordinaria degli interpreti, ma drasticamente ancorato al Messaggio, cui tutto viene sottomesso. Eppure la sua energia polemica è corroborante, la sua secchezza efficace, la sua urgenza sempre ovvia.

Mi piace
La capacità di tenere in equilibrio thriller e impegno

Non mi piace
Lo stereotipo della giornalista senza scrupoli incarnata da Marisa Tomei

Consigliato a chi
A chi ritiene più che mai attuale un film che parla della corruzione delle coscienze in politica

Voto: 4/5

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