Campovolo 2.0 è stato uno dei più importanti eventi live dell’estate musicale italiana 2011. 120000 persone raccolte e accampate – alcune addirittura per dieci giorni – in un piccolo aeroporto di Reggio Emilia per assistere ad un concerto. Sul palco Ligabue, di nuovo impegnato, a sei anni di distanza e nella stessa location (Campovolo aveva già ospitato Ligabue nel settembre del 2005), a ripercorrere sul palco più di vent’anni di carriera.

Quel concerto si è ora trasformato, secondo un impeccabile progetto di marketing, in un triplo CD con tre brani inediti e in un documentario musicale in 3D, che fa da volano pubblicitario al disco (e viceversa). Il film propone una selezione dei pezzi suonati dal Liga durante il concerto, alternando le immagini e i suoni del palco con brevi spaccati del privato del cantante romagnolo, dagli inizi come speaker radiofonico – già raccontati da regista in Radiofreccia – ai primi live, fino all’impegno organizzativo necessario per mettere in piedi un evento enorme come Campovolo. In mezzo a tutto questo, c’è spazio anche per raccontare il rapporto con i vecchi amici di paese e il rapporto con i fan.

Questa la teoria. La pratica è un’altra storia.
Sotto la crosta del marketing, che riluce sfacciata, il cuore batte (anzi, “tiene botta”, come direbbe lui). Nel panorama pop italiano Ligabue si è accattivato con pochi giri di accordi e un’onesta intellettuale da vero rocker una impressionante popolazione di seguaci fedeli e innamorati, ragazzi che usano la sua musica come un serbatoio di energia e ottimismo buono sempre, ma ancor più in tempi di crisi economica. Tanto che uno dei suoi ultimi pezzi – Il meglio deve ancora venire, urlo generazionale da opporre al pessimismo parassitario dei padri – è diventato velocemente uno slogan tra i fan, una specie di grido di battaglia.

Questa matassa di sentimenti dal film emerge senz’altro, e nonostante non si impieghi grande sforzo per scioglierla. Ma il gesto musicale di Ligabue è così: semplice, orecchiabile, appassionato, naturale, galvanizzante, completamente privo di nichilismo o sbuffi mortiferi. Molto più Bon Jovi che Rolling Stones. E funziona.
Il 3D, di suo, ci mette poco, ma qualcosa ci mette: la profondità di campo sul profilo lungo di pubblico e proscenio acquisisce vigore, e alcune soluzione scenografiche (i bagliori di luce durante Piccola stella senza cielo) sono ben valorizzate.

Film perfetto per chi conosce già la sua musica, privo di senso per chi non la tollera, è consigliabile ai primi d’essere visto in grande gruppo, con la voglia di alzarsi in piedi sui seggiolini e alzare la voce, urlando… contro il soffitto della sala.

Mi piace
L’energia positiva di Ligabue, che il film restituisce quasi integra.

Non mi piace
È un concerto ma non è un concerto: vorresti applaudire, ma non c’è nessuno da applaudire.

Consigliato a chi
Ovviamente a chi ama la musica del Liga. Magari anche a chi ha dei figli che la ascoltano e vuole capire un po’ meglio cosa succede e che pubblico c’è a quei concerti

Voto: 4/5

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