È un ritratto intimo, riservato e nostalgico quello che Sybille Righetti (amica di famiglia) e Alessandro Paris, entrambi ventottenni, regalano al grande Blasco. Questa storia qua, il film non convenzionale ma neppure documentaristico sulla vita spericolata del rocker di Zocca, è un delicato e nostalgico Superotto che racconta l’humus culturale e sentimentale in cui il cantautore si è formato. C’è tanta, tantissima provincia nella pellicola dei due giovani registi, anche perché il film ha l’enorme pregio di non essere affatto un maxicollage delle canzoni e dei concerti di Vasco reperibili in qualsiasi Dvd musicale, ma ha l’ambizione di cogliere l’anima di Rossi e l’habitat in cui si è formato. Tra le altre pregevoli scelte stilistiche dei due giovani registi c’è anche quella di non inquadrare mai in volto il cantante, che viene mostrato solo in video di repertorio quando era un giovane arrembante, deciso ad avere successo con la musica, ma ancora indeciso tra la carriera del disc jockey e quella del cantautore. «Capii che voleva fare il cantautore quando si comprò una R4» racconta uno dei suo musicisti storici. Uno dei tanti momenti divertenti del film, come quando la mamma di Vasco parla di Albachiara come della «canzone in cui c’è una che mangia una mela» o quando il Vasco stesso, suggestiva voce fuori campo, racconta degli inizi del suo difficile rapporto con la stampa, quando già da bambino vinse un concorso canoro e scrissero che componeva le canzoni portando le pecore al pascolo. «Proprio io che non avevo mai visto una pecora in vita mia. Da lì capii come si costruiscono i pezzi di colore».
C’è ovviamente spazio per un accorato e malinconico omaggio al suo chitarrista storico Massimo Riva, morto ormai da dieci anni, di cui il film sottolinea la carica seduttiva e l’immenso talento. Ma emerge anche la bravura di tutti i musicisti che lo hanno accompagnato in questi anni. La grandissima protagonista del film è proprio Zocca con i suoi rapporti famigliari e amicali genuini. Tra i momenti più intimi del film il ricordo del padre camionista morto quando era ancora bambino. A chiudere il tutto una canzone inedita, I soliti, scritta ad hoc. Il Vasco è ancora vivo e questa storia non è certo finita qua.

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Mi piace
L’atmosfera intima, nostalgica, misurata che il film ricrea. Nessun effetto concertone; anzi, poche canzoni, e il ritratto di una provincia genuina e autentica.

Non mi piace
Certi episodi e certi personaggi della vita di Vasco risultano, forse, per i “non fan” un po’ poco spiegati.

Consigliato a chi
Ai fan del Blasco. Ma soprattutto a chi vuol lasciarsi affascinare dall’aspetto umano del suo personaggio.

Voto: 3/5

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