I Fantastici Quattro: Gli inizi e i giorni di un futuro passato. La recensione
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I Fantastici Quattro: Gli inizi e i giorni di un futuro passato. La recensione

La prima famiglia Marvel è protagonista di un cinecomic di stampo classico, che abbraccia con gioia la sua natura di fantascienza "hard" e porta l'MCU in un nuovo universo alternativo (ma non troppo)

I Fantastici Quattro: Gli inizi e i giorni di un futuro passato. La recensione

La prima famiglia Marvel è protagonista di un cinecomic di stampo classico, che abbraccia con gioia la sua natura di fantascienza "hard" e porta l'MCU in un nuovo universo alternativo (ma non troppo)

la recensione di fantastici 4 gli inizi
PANORAMICA
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DC chiama, Marvel risponde. C’è un che di divertente nel botta e risposta andato in scena nell’arco di due settimane tra il nuovo corso guidato da James Gunn, inaugurato proprio dal suo Superman arrivato nelle sale il 9 luglio, e la nuova versione della famiglia Marvel protagonista di questo I Fantastici Quattro: Gli Inizi, al cinema in Italia da oggi, 23 luglio 2025. Ad accomunarli non è solo il genere, ma la libertà con la quale entrambi abbracciano la loro natura, nel modo in cui tutti e due sembrano essersi scrollati di dosso il peso di dover essere per forza qualcosa di leggermente diverso, più “alto”, per potersi adattare alle logiche del pubblico cinematografico. Tutte e due, insomma, sono più affezionati alla componente comic che a quella cine.

Il film diretto da Matt Shakman, che ha dato il via all’universo Marvel sul piccolo schermo con WandaVision nel 2021, lo dimostra scegliendo di effettuare un tipo di operazione simile a quella di James Gunn: non è più un Paese per vecchie origin story, obbligate a raccontare ogni volta da capo chi sono i protagonisti, come hanno ottenuto i loro poteri e dedicando così poco spazio alla prima vera e propria minaccia che sono chiamati ad affrontare. Furbescamente, gli inizi di questi Fantastici 4 vengono raccontati in un video-recap del programma televisivo del quale sono ospiti quattro anni dopo l’incidente cosmico che li ha creati, poi si passa al vero cuore tematico non solo del film ma anche della squadra stessa: la famiglia.

I Fantastici Quattro sono noti come la “prima famiglia Marvel” non soltanto perché rappresentano cronologicamente l’inizio della Marvel moderna (con il debutto nel 1961 su Fantastic Four #1), ma perché sono strutturalmente e narrativamente costruiti come un nucleo familiare vero e proprio, con dinamiche interne che riflettono quelle della vita quotidiana. A differenza di altri supergruppi nati per necessità o per alleanza temporanea, sono legati da relazioni personali preesistenti: Reed Richards (Mr. Fantastic, qui interpretato da Pedro Pascal) e Sue Storm (la Donna Invisibile, Vanessa Kirby) sono una coppia sposata; Johnny Storm (la Torcia Umana, Joseph Quinn) è il fratello minore di Sue; Ben Grimm (la Cosa, Ebon Moss-Bachrach) è l’amico fraterno di lunga data di Reed. Questa configurazione ha consentito agli autori di trattare temi che andare ben oltre il conflitto con i nemici: gelosie tra fratelli, crisi coniugali, tensioni tra razionalità e impulsività, tradimenti, riconciliazioni. La famiglia è diventata grazie a loro il centro emozionale del racconto, rendendo i personaggi più vulnerabili, complessi e umani. È un aspetto che distingue profondamente i Fantastici Quattro dagli altri eroi Marvel e che ha reso la serie un punto di riferimento per la rappresentazione dei legami affettivi nei fumetti.

La loro nuova versione non poteva quindi che ripartire da qui, infatti tutta la prima parte è dedicata a cementare questa idea di famiglia con superpoteri, dove la prima parola è di gran lunga più importante della seconda. Li conosciamo durante un quadretto domestico fondamentale, quello in cui Sue comunica a Reed di essere incinta. Tutto quello che viene dopo – l’arrivo dell’Araldo Shalla-Bal (Julia Garner) e di Galactus (Ralph Ineson) – sono a conti fatti estensioni delle paure di un geniale ma ansiogeno Reed su quali pericoli possa correre il suo nucleo familiare. L’idea è così centrale che lo stesso neonato Franklin Richards diventa la pistola di Čechov del film. Non una vera sorpresa, per chi conosce un po’ la lore dei Fantastici 4: dal momento in cui si è scoperto che nel film ci sarebbe stato anche lui, sono fioccate teorie su teorie che puntavano tutte nella sua direzione, dal momento che è uno dei personaggi più potenti di tutto il pantheon della Casa delle Idee. Tuttavia, rispetto a quelle stesse teorie questo I Fantastici Quattro: Gli Inizi prende anche una piega molto più classica e paradossalmente per questo sorprendente: nello sviluppo, è un cinecomic più convenzionale di quanto molti si potrebbero aspettare (soprattutto rispetto alla sua conclusione), sembra quasi un ritorno al futuro del genere, l’inizio di un universo Marvel 3.0: dopo aver impostato le coordinate nelle prime due Fasi, con film come Iron Man, Captain America e Thor, l’MCU ha sentito la fisiologica necessità di modificarsi per evitare l’eccessiva ripetizione degli schemi narrativi, le origin story e film dalla struttura in tre atti sempre uguale. Da qui il ciclo iniziato grosso modo con i Guardiani della Galassia, Thor: Ragnarok e portato avanti fino a Spider-Man: No Way Home e altri capitolo più freschi nel tentativo di presentare storie più originali rispetto al passato. L’idea però ha fatto il giro completo e si è tornati ad una visione più classica del cinecomic, ma con qualcosa in più.

Questo qualcosa in più è ciò di cui si parlava a inizio recensione, ovvero la sensazione che questo film non abbia avuto timore di abbracciare gli aspetti prettamente più “fumettosi” e quindi sci-fi legati alla prima famiglia Marvel. Fin dalle prime storie scritte da Stan Lee e disegnate da Jack Kirby, i Fantastici Quattro si sono distinti per una fortissima componente fantascientifica, spesso assimilabile alla cosiddetta “hard sci-fi”, ovvero quella branca della narrativa fantascientifica che si fonda su ipotesi scientifiche plausibili, teorie fisiche reali e speculazioni tecnologiche avanzate. Lo stesso Reed Richards, scienziato brillante e leader del gruppo, incarna questo approccio: è attraverso le sue invenzioni, esperimenti e teorie che il team si confronta con anomalie spaziali, dimensioni parallele, viaggi temporali e creature provenienti da piani dell’esistenza ancora inesplorati. Elementi come la Zona Negativa, il Multiverso o la tecnologia di Galactus sono nati proprio tra le pagine di questa serie, molto prima che diventassero tendenze consolidate nella narrativa di genere e dell’MCU. A questo impianto si affianca un secondo livello, più emozionale e percettivo: il senso del meraviglioso, o sense of wonder, che emerge costantemente nel confronto con l’ignoto. Le architetture impossibili immaginate da Kirby, le entità cosmiche come l’Osservatore o Eternità, i paesaggi alieni e le macchine surreali che sfidano ogni logica visiva sono tutti strumenti per trasmettere al lettore una percezione di vertigine, stupore e vastità. E sono tutti elementi che traspirano liberamente nel film diretto da Matt Shakman, senza necessità quindi di mascherarsi (eccessivamente) da qualcos’altro. Per continuare l’esempio in apertura: lo stesso Superman di James Gunn, che pure è legatissimo alle cose più “strane” dei fumetti dell’Uomo d’Acciaio, ha scelto di puntare anche su una narrazione politica attuale molto forte; altri cinecomic di questi anni hanno sentito l’esigenza di includere qualcosa di più, per diventare non solo la trasposizione di una storia a fumetti su personaggi oltre l’umano ma anche una lettura più ancora al reale o ad altre istanze con le quali poter rileggere il presente.

I Fantastici Quattro: Gli Inizi non lo fa. È un cinecomic sci-fi che si apre totalmente alla sua natura e la porta fino in fondo, anche nei passaggi narrativi più macchinosi e difficilmente digeribili dopo la dieta Marvel degli ultimi 15 anni, ma questa “pesantezza” è un tratto della ricetta originale, non una rielaborazione forzata. Purtroppo, a farne le spese è l’aspetto più emozionale: la sospensione della credibilità necessaria per seguire la storia dall’arrivo di Galactus in poi può limitare la vicinanza emotiva a vicende che dovrebbero per definizione risultarci più accessibili – come il problema impossibile che si pone rispetto al bambino e l’imminente distruzione della Terra da parte di Galactus. Un cinecomic che, per restare in tema, si mangia con gli occhi, più che col cuore. Un cinecomic che sa di ritorno a giorni di un futuro passato per modalità di racconto e messa in scena, un retro-futurismo che ricorda le stesse sensazioni di quando si visita Tomorrowland nei parchi Disney – ma non ditelo a Martin Scorsese.

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