Sette psicopatici. È il titolo del nuovo film di Martin McDonagh, autore di teatro di origini irlandesi che con l’ottimo In Bruges ha segnato il suo esordio nel mondo del cinema. Ma è anche il titolo del film che Marty – alter ego del regista con il volto efficacemente inespressivo di Colin Farrell – sta disperatamente cercando di scrivere per rilanciare una carriera in sfacelo. Marty ha un titolo e poco più, nonostante i tentativi dell’amico Billy (Sam Rockwell, strepitoso) di aiutarlo con idee e spunti; il suo viatico per farsi coinvolgere attivamente nel processo creativo e uscire quindi dalle secche in cui il suo mestiere – far sparire cani di ricchi per poi restituirli e incassare la ricompensa – l’ha trascinato. Un’ottima idea, almeno sulla carta, almeno finché Billy non rapisce il cane sbagliato, quello del boss mafioso Charles Costello (Woody Harrelson), scatenandone le ire.

Complicato? È solo il primo strato di Sette psicopatici, quello più strettamente narrativo e quello con cui è facile convincere chiunque a guardare il film: è uno spunto bizzarro, che da solo basterebbe a tenere in piedi una storia di mafia e cani con il cappottino rosa. Ma siccome, come dice Marty in una delle decine di meta-battute autoreferenziali che punteggiano il film, «ci sono più strati», Sette psicopatici racconta anche del socio in affari di Billy, Hans (Christopher Walken), polacco con un passato misterioso; e poi di monaci buddhisti assassini e di assassini di serial killer e di matti che parlano con i conigli. Soprattutto, però, Sette psicopatici è un film che parla di cinema e di creatività: della difficoltà di scrivere una sceneggiatura senza ricadere nei cliché, del ruolo dei personaggi femminili nelle pellicole a sfondo criminale, della violenza, del suo uso e abuso. È una pellicola folle e tracimante di idee e piani di lettura, un carosello schizoide, a tratti confusionario ma sempre energico e divertito – e quindi, come conseguenza, divertente.

Il rischio quando si crea una meta-fiction (o Pulp meta-Fiction?) è di perdersi nell’ombelicalità di chi si parla addosso per raccontarsi o giustificarsi. L’opera di McDonagh, invece, mantiene sempre la leggerezza di chi si sta divertendo da matti: dialoghi brillanti che farebbero la gioia del Tarantino anni Novanta, eccessi splatter che spezzano l’equilibrio delle (tante) chiacchiere filosofiche tra protagonisti, colpi di scena, prove attoriali da Oscar (indimenticabile un monologo di Sam Rockwell sullo sfondo del deserto della California). È un film difficile da spiegare ma semplice da seguire, una volta che ci si fa catturare dalla storia di Marty e non si rimane turbati dall’esplosione di ogni logica. È certamente un film imperfetto, sia narrativamente (alla fine della fiera non tutti i nodi vengono al pettine) sia tecnicamente (nei dialoghi più serrati fa capolino qualche inspiegabile errore di montaggio), ma è fatto con il cuore, con il cervello e senza un’ombra di spocchia o aria di superiorità. E poi, ed è forse la cosa più importante, Sette psicopatici è dannatamente divertente. Perderselo sarebbe da pazzi.

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Mi piace
Una sceneggiatura brillante e stratificata senza mai diventare eccessivamente complessa. L’espediente meta-narrativo è dosato alla perfezione. Alcune prove attoriali da Oscar, soprattutto quelle di Sam Rockwell e Christopher Walken.

Non mi piace
La sua eccessiva “stranezza” potrebbe risultare respingente. Tecnicamente molto impreciso.

Consigliato a chi
Vuole divertirsi e riflettere insieme, e magari ama il Tarantino vecchio stile.

Voto: 4/5

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