Nick e Laura sono una coppia felice ed innamorata di New Orleans. Lui è un insegnante, lei una musicista. Tutto va per il verso giusto, ma l’idillio termina una sera quando Laura viene assalita e stuprata da un malvivente. Colto nel momento della massima rabbia Nick accetta l’aiuto di una strana lobby segreta di vigilanti, che sotto la guida del carismatico Simon si occupa di fare giustizia privata, chiedendo in cambio solo banali favori per tenere in piedi la loro organizzazione. Ovviamente le cose non sono così semplici e ben presto Nick si troverà a far parte di un meccanismo trasversale e molto esteso che culminerà in un presunto omicidio dal cui dovrà scagionarsi risolvendo l’intricato enigma.

Guardando Solo per vendetta ci si trova sospesi in una serie di curiosi paradossi temporali, narrativi e  produttivi. Vediamo di sintetizzare: un thriller americano del 2011, diretto da un solido mestierante come Roger Donaldson (La regola del sospetto, La rapina perfetta) con il look e la regia di un action di serie b di quindici anni fa, un soggetto da rape and revange (sottogenere urbano tipicamente horror in cui la quiete  borghese viene turbata da uno stupro, con la relativa vendetta che manda in tilt i cardini civili e progressisti della coppia) e una distribuzione italiana che precede quella americana, dove probabilmente il film uscirà direttamente in home video. A completare il corto circuito un casting alquanto fantasioso con Nicolas Cage (che accetta qualsiasi copione gli venga proposto) come protagonista, l’emergente January Jones (esplosa nel serial Mad Men che gli ha aperto le porte di X-Men: L’inizio) nei panni della moglie e un non convincente Guy Pearce, nel ruolo del visionario antisociale Simon, che finisce con l’avere i soliti deliri di grandezza.

Se da una parte il film paga pesantemente la scelta di mettere tantissima carne al fuoco in una struttura priva di ironia e di sufficiente cattiveria (manca totalmente il lato oscuro di Nick per esempio) il problema principale di Solo per vendetta sta in una scrittura approssimativa e ridondante, dove vengono rimescolati i cardini del genere thriller paranoico – con tanto di fuga e investigazione del protagonista braccato da buoni e cattivi – incollando una scena dopo l’altra, con sprezzo della coerenza interna e dell’intensità della storia. Il risultato è spesso il riso involontario, come in alcuni colpi di scena e nella scena della scelta di Nick, sottolineata come un climax di tensione insostenibile, davanti a un distributore automatico di cibo e bevande.

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Mi piace
Lo sprezzo del pericolo con cui si mescolano suggestioni tra Il fuggitivo, Fight Club e L’ultima casa a sinistra può generare il più tipico dei guilty pleasure

Non mi piace
La scontatezza e il rischio di riso involontario del plot

Consigliato a chi
E’ nostalgico di un thriller dallo stile un po’ retrò e ha una passione particolare per Nicolas Cage

Voto: 2/5

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