Che NEON sia diventata una delle case di produzione e distribuzione di maggiore impatto sull’industria contemporanea è presto detto. In meno di dieci anni è stata in grado di condurre due film del proprio listino a vincere l’Oscar come Miglior Film (i due storici risultati di Parasite e Anora), portando anche diverse opere europee all’attenzione di una più vasta audience, statunitense e non.
Oltre al premiatissimo lungometraggio di Sean Baker, l’anno scorso NEON prende nella propria scuderia un piccolo horror indipendente, facendolo diventare uno dei casi della stagione cinematografica: Longlegs. L’atmosfera alla True Detective, sospesa tra crime thriller e film dell’orrore a tema satanico, si combina all’uso magistrale dell’icona di un Nicolas Cage in grande spolvero, garantendone un successo globale.
Era ovvio che Osgood Perkins, all’attivo dal 2015 come regista, diventasse uno dei pupilli di questa realtà ormai lontana dalla natura “indie”. Più inaspettata l’uscita di The Monkey, così differente da ciò a cui ha abituato il pubblico e rilasciato a meno di un anno dal suo precedente lavoro, senza alcuna partecipazione festivaliera.
Il motivo è lampante: The Monkey è l’incursione alla horror comedy di Perkins, dando vita alla parola scritta di Stephen King in una scanzonata modalità. La peculiare abilità della scimmia giocattolo protagonista, in grado di lasciarsi dietro strampalate uccisioni una volta attivata, porta alla facile soluzione di riadattare la formula Final Destination (franchise che curiosamente ritorna proprio quest’anno), dotandosi di un’allure autoriale ben specifica, in maniera non diversa da come la competitor A24 promuove i suoi film più disimpegnati.
Il senso di deja-vu è quindi dietro l’angolo: per quanto la mano del regista sia più che riconoscibile da una simmetrica suddivisione spaziale e un cadenzato montaggio, l’operazione dietro è ugualmente percepibile. Tuttavia, The Monkey non pecca nemmeno di spropositate ambizioni e si “accontenta” fieramente del suo stato di scorrevolissimo intrattenimento.
La storia famigliare dei gemelli Shelburn (due facce della medesima ossessione, da ragazzini come nell’età adulta), diventa l’impalcatura per esibire mirabolanti tragedie, rese ancor più spassose proprio per merito di una mise en scene estremamente consapevole dell’indole del progetto. Theo James, nel duplice ruolo dei fratelli Hal e Bill, capisce alla perfezione questa consegna: pur non vantando di doti recitative superlative, riesce a destreggiarsi in due performance distinte tra loro, ma accomunate da una stralunata goffaggine di fondo perfettamente in linea con il mood esasperato e parodistico del film.
Oltre a questo strato più superficiale, The Monkey contiene un sottotesto non di immediata comprensione, indissolubilmente legato al vissuto del suo regista. Osgood Perkins ha perso, in momenti diversi, entrambi i genitori (tra cui il celebre padre Anthony Perkins da Psycho) all’improvviso, in circostanze impossibili da prevedere.
Se già Longlegs rifletteva su un male dilagante al quale rassegnarsi, The Monkey diventa invece l’occasione per rielaborare una vita accerchiata dalla morte, una presenza inequivocabile e ubiqua alla quale non si può rispondere in altro modo che non comprenda la sua accettazione come elemento imponderabile dell’esistenza umana, che non deve in alcun modo limitarne l’esperienza. Perkins, talmente divertito da inserirsi in un cameo tra queste esemplari esecuzioni, sembra aver interiorizzato questa lezione col sorriso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
