Fine del XXI secolo. C’è un buco, un lungo tunnel, che attraversa in profondità la Terra, e unisce le uniche zone ancora abitabili del pianeta dopo la conclusione della Terza Guerra Mondiale: le Repubbliche Unite di Bretagna – ovvero l’Europa nord occidentale – e la Colonia – ovvero l’Australia. La prima è ricca, borghese, ha cieli limpidi e autostrade aeree, alti palazzi di vetro e acciaio: nel look ricorda un po’ Minority Report. La seconda è buia, fumosa, stretta di vicoli e canali, orientaleggiante: nel look replica esattamente Blade Runner.

Lungo il tunnel si sposta una gigantesca arca metallica, una specie di metropolitana futuristica con reattori grossi come condomini. Muove operai specializzati da un punto all’altro del globo, per permettere loro di lavorare nelle fabbriche meccatroniche controllate dal potente cancelliere Vilos Cohaagen (Bryan Cranston): qui si costruiscono androidi destinati a sostituire gli esseri umani nelle mansioni di fatica e in quelle di polizia. Tra gli operai c’è anche Douglas Quaid (Colin Farrell), sposato con una poliziotta (Kate Beckinsale) che forse non è chi dice di essere, e tormentato da un sogno ricorrente, che forse non è un sogno. E pure sulla sua identità sono in arrivo delle sorprese.

Remake di un cult bizzarro e poco classificabile (come quasi tutto il cinema di Paul Verhoeven), di cui si ricordano soprattutto una prostituta con tre seni e un manichino di Arnold Schwarzenegger gonfio quasi al punto di esplodere sotto la pressione dell’atmosfera di Marte, questo remake firmato dall’anonimo mestierante Len Wiseman – papà di Underworld e marito di Kate Beckinsale – ha inanellato fin da principio tutti gli errori di concept possibili. Rifacimento di un film troppo vecchio e troppo strano per essere già dimenticato dai cinefili, ha distrutto la suspance spoilerando fin dalle prime clip promozionali l’unico colpo di scena (giocandosi così anche i pochi immemori) e ha eliminato pure l’esotismo spaziale dell’ambientazione marziana.

Quello che è rimasto è un roboante action futuribile, valorizzato da effetti digitali convincenti, ma desolatamente povero di idee, tutto costruito su acrobatici piani sequenza e lunghi inseguimenti, concreti e metaforici, alla ricerca di una sorpresa e di un punto di concentrazione dello spettatore che non si raggiunge mai. Se ne ricava il classico inebetimento generalmente associato ai film di Michael Bay, un’overdose di frastuono esplosivo mai sostenuto da chiavi di lettura di qualche interesse. È tutto sotto gli occhi, luccica e risuona, ma non cattura, né avvince, e sembra che tutti se ne rendano conto, anche davanti alla macchina da presa. Tanto che quando in scena entra un attore importante come Brian Cranston, uno che prende tutto sul serio (anche troppo), l’evidente sforzo speso per dare credibilità umana a una sagoma di cartone, conferisce al tutto un’atmosfera ancor più surreale. E anche un po’ patetica.

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Mi piace
La qualità degli effetti visivi, e alcune belle invenzioni ambientali, come il tunnel che fora la crosta terrestre.

Non mi piace
La assoluta mediocrità del tutto, l’assenza di qualsiasi ambizione narrativa che vada al di là dell’ABC di genere

Consigliato a chi
Ama la fantascienza, anche quando non è al meglio della forma

Voto: 2/5

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