Se si parla di futuro dell’entertainment, bisognerà prima o poi rassegnarsi a limitare il discorso al mezzo. Al come e non al cosa. Transformers 4 ha una sceneggiatura, perfino complicata, e in giro troverete chi la scarta in cerca di sorprese politiche. Ma la sceneggiatura in questo cinema – e si parla di tutto, non solo di Bay, che poverino ha fatto pure Pain & Gain – è da tempo un vettore meno importante del production design. Possiamo allora dire di Transformers 4 che racconta di un complotto paragovernativo ai danni degli Autobot per ottenere sufficiente “Transformium” da creare un esercito di robot da destinare alla Difesa americana. Possiamo dire che di mezzo c’è un Trasformer mercenario, Lockdown, che vuole catturare i compagni e ricondurli ai misteriosi Creatori. Possiamo dire che al fianco degli Autobot combattono un inventore squattrinato con bicipiti da culturista (Mark Wahlberg), la di lui figlia e il fidanzato (Nicola Peltz e Jack Reynor), mentre i cattivi sono Kelsey Grammar e Stanley Tucci, che è pure l’interesse comico del film (indossa occhiali buffi).

O possiamo dire che ci sono nuovi modelli di automobili da corsa da fare a pezzi, nuove specie di creature mutanti (dinosauri), una nuova città da ridurre in polvere e calcinacci (Hong Kong, utile per la raccolta di capitali cinesi).
 Ma il punto, l’unico, è che non è più possibile distinguere tra messa in scena e tecnologia, tra pensiero creativo e tecnica, e qualsiasi saggio che navighi attorno al cinema commerciale oggi, naviga attorno a questo. Ci sono interi uffici caffetterie palazzi quartieri stipati di scrivanie e programmatori che impiegano giorni per rendere plausibili pochi fotogrammi moltiplicati all’infinito – riflessi di luce sulla corazza di un mostro, palazzi che crollano -, il cui solo fine è eccitare la pulsione scopica. Funziona così, tutto, compresa l’informazione (con le prime pagine dei quotidiani online popolate di gatti, cadaveri e corpi abbronzati). Parlare di Transformers 4 è quindi parlare dell’esperienza di “vedere”, e se Michael Bay è davvero un autore (lo è), è autore in questo, nell’aver spogliato il cinema del suo passato recente per mostrarlo nudo come un verme, con tutto quello che ne viene (imbarazzo, eccitazione, irritazione). Per averlo riportato alla sua natura radicalmente non letteraria.

Avendo noi assistito a un’anteprima 3D del film e in una sala con un enorme schermo IMAX, parliamo di questo, di come si esce da quasi tre ore di esposizione a questo mirabolante caos in cui ormai anche i tic del regista (il patriottismo di facciata/bandiera, il romanticismo da cartolina, e più in generale tutto l’armamentario conservatore) sono così logori da sembrare più che altro ammiccamenti tra vecchi amici, storielle che ti racconti ancora perché segnano il passo di un’abitudine e di una confidenza. E si esce storditi, distratti, sazi, arresi all’evidenza. Questo soprattutto, l’evidenza di un cinema così definitivo e potente nel suo auto-annientamento e nella sua auto-esaltazione da far pensare che sì, è così, a questo punto siamo pronti: caschi di realtà virtuale (l’Oculus Rift sta arrivando, anche a casa vostra), guanti, stivali, nuove interazioni, nuove esperienze, in salotto o altrove. Adattarsi o morire. Ciechi.

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Mi piace
Il cinema nella sua massima forma di auto-esaltazione…

Non mi piace
…e di auto-annientamento

Consigliato a chi
Vuole stordirsi, e nel farlo capire dov’è finita oggi la settima arte

Voto: 3/5

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