Più sfrontato, meno edulcorato, ma egualmente policamente scorretto. Il vecchio-nuovo film di Olivier Nakache ed Eric Toledano, Troppo amici, arriva in Italia quattro anni dopo la sua realizzazione e sulla scia dello straordinario successo di Quasi amici, al quale il titolo strizza evidentemente l’occhio (pur non discostandosi eccessivamente dagli intenti dell’originale francese, Tellement proches).

Nel cast corale ritroviamo il badante di colore Omar Sy, questa volta in un ruolo minore, ma non marginale, di un medico in carriera, Bruno, vittima di continui equivoci a sfondo razzista. Protagonista qui è Vincent Elbaz, nei panni del perennemente disoccupato Alain, irresponsabile marito e padre di due bimbi irrequieti, che si trascina annoiato e infastidito nei morbosi e numerosi appuntamenti con la stravagante famiglia della partner (Isabelle Carré), rimpiangendo i giorni in cui folleggiava come capo animatore tra i turisti dei Club Med. Suo nemico/amico principale è il cognato Jean-Pierre (François-Xavier Demaison), avvocato squattrinato che, per mantenere l’alto tenore di vita richiesto dalla consorte (Audrey Dana) e dalle ultraimpegnate pargolette, finisce coinvolto nei loschi traffici dei suoi clienti malavitosi. Tra le due famiglie si inserisce una terza sorella, Roxane (Joséphine de Meaux), una vera mina vagante, che si aggrappa – letteralmente – al primo che passa (in questo caso, il già citato Bruno) per accasarsi e diventare mamma.

I personaggi, le loro bizzarre (dis)avventure – ai limiti dell’assurdo, ma comunque ben ancorate a spunti di partenza realistici, che solleticheranno l’immedesimazione di molti spettatori –  vengono presentati e narrati seguendo un ritmo vorticoso, che alterna sapientemente comicità e commozione. Il film fa perno sulla quotidianità, su ambientazioni, atmosfere e personaggi decisamente più comuni (come i rispettivi piccoli drammi) rispetto a Quasi amici.
La ricerca di trovate e sviluppi inattesi mostra, infatti, con frizzante ironia e umorismo dinamiche famigliari portate all’esasperazione, senza tuttavia mai scadere nella volgarità. Lo spettatore viene accompagnato fino al gran finale (che contrariamente al resto del film pecca, cercando la lacrima facile) che chiude il cerchio sul percorso individuale di ciascun personaggio e ribalta, con il senno di poi, il punto di vista iniziale dell’intera vicenda, dato per scontato. Tutti escono cambiati, ma il pubblico – una volta uscito dalla sala – riscoprirà lo stesso sorriso già suscitato da Quasi amici.

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Mi piace
L’ordinata coralità, la sapiente miscela di risate e commozione.

Non mi piace
La ricerca della lacrima facile nel pre-finale, che mina il dosaggio di frizzante ironia agrodolce mantenuto fino a quel momento, seppur stemperata dal epilogo metacinematografico che accompagna i titoli di coda.

Consigliato a chi
Ha amato Quasi amici e sa sorridere e fare tesoro delle piccole disavventure della vita.

Voto
3/5

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