Alfonso Papa ha frequentato il master biennale in Tecniche della narrazione presso la scuola Holden di Torino. Tra le altre cose ha collaborato con la casa editrice Einaudi in qualità di lettore e ha lavorato su alcuni set cinematografici, tra cui Radiofreccia di Luciano Ligabue e Un amore di Gianluca Tavarelli. Dal 1999 al 2007, prima per l’Associazione Cinema Giovani e poi per il Museo Nazionale del Cinema, si è occupato dell’organizzazione del Torino Film Festival. Attualmente lavora in qualità di production manager per la Film Commission Torino Piemonte. Lo scorso marzo era tra i giurati della manifestazione cinematografica Piemonte Movie 2010.

In risposta all’articolo (eccessivamente) entusiasta di Fabio Guaglione (che consiglio caldamente di leggere in generale, ma che è assolutamente necessario leggere per comprendere i punti salienti delle obbiezioni che propongo).

Lost ha rappresentato una vera e propria svolta nel panorama della serialità televisiva. Un’indiscutibile ventata di freschezza, una proposta coraggiosa e per molti versi geniale. Ma il suo finale getta un’ombra pesante, retrospettivamente, sull’intero percorso, durato sei anni.

Partiamo da un presupposto. Essere in disaccordo non significa necessariamente essere in guerra. Soprattutto in certi ambiti anzi, ascoltare le ragioni dell’altro, provando a comprenderle, rappresenta senza ombra di dubbio un valore. In particolare quando si discute di/sull’arte, ovvero dell’impressione che ognuno di noi, in quanto fruitore, ne ricava, grazie alla propria sensibilità e al proprio background culturale. Trovare punti di incontro e di scontro, argomentare opposti punti di vista, non fa che arricchire di significati l’opera d’arte stessa. Contribuisce ad ampliare quell’apertura di mondo/i che l’opera rappresenta. Quindi, secondo il mio punto di vista, benvengano tutte le opinioni e le tesi (meglio se ben argomentate). Certo, è necessario predisporre la propria mente alla possibilità che le convinzioni che man mano, anche a una certa distanza (dalla visione/lettura), maturiamo, non siano necessariamente la verità assoluta. Altrimenti rischiamo di cadere nella trappola del pregiudizio, piuttosto che avventurarci nel sacrosanto tentativo, di provare a spiegare veramente perché un’opera come la serie televisiva Lost, con tutto il suo corredo extra-televisivo ovvero extra-semplice-messa-in-onda-degli-episodi (la famosa Lost Experience per esempio), abbia affascinato un così grande numero di telespettatori così a lungo e soprattutto perché, dopo il suo finale, abbia invece diviso così tanto.

Quando Fabio Guaglione ad esempio, con un’ottima retorica, ma sorvolando su molti nodi (a mio parere) fondamentali e assolutamente necessari per giudicare Lost nel suo insieme (il che ovviamente comprende il suo finale che, anzi, in un’opera di narrativa in generale, è il luogo più importante), dice ad esempio che «basta usare il cervello e collegare ciò che si è visto durante la serie», il suo atteggiamento comincia a preoccuparmi. Nel senso che un campanello d’allarme mi squilla nella testa e mi avverte che non si sta semplicemente proponendo una tesi e soprattutto non si sta cercando un aperto confronto critico. L’analisi di Guaglione appare viziata dalla convinzione preconcetta di aver individuato la chiave di lettura definitiva di Lost, ergo tutti coloro che si oppongono alla sua visione tanto entusiastica (verrebbe da dire, consentitemi, ingenuamente entusiastica), non siano in grado di «usare il cervello». E’ evidente che i rappresentanti della posizone opposta potrebbero, non senza motivate ragioni, pensare esattamente la medesima cosa degli entusiasti. E il circolo vizioso si chiuderebbe perfettamente, oltre che inutilmente. Invece mi pare più utile un confronto aperto, magari la ricerca di una sintesi tra i due opposti punti di vista. Ho l’impressione che la difesa acritica del finale che ci è stato presentato, una difesa quasi senza se e senza ma, abbia radici più viscerali, che puramente ermeneutiche. Se davvero fosse così, mi risulterebbe infatti maggiormente comprensibile l’atteggiamento intellettuale di chi, come Fabio Guaglione, si dichiara entusiasta di Lost nel suo complesso, adducendo un senso di compiutezza, a mio parere invece tutto da dimostrare, e proponendo le proprie argomentazioni con toni che sembrano proprio non ammettere repliche. E’ chiaro infatti: all’amor non si comanda! Io invece, spero in modo razionalmente critico, senza farmi prendere troppo dalle emozioni, vorrei tentare, modestamente, di proporre il punto di vista di chi si sente viceversa (tristemente) deluso dal finale di Lost. Tengo però a precisare che se proprio dovessi dar conto della sensazione con cui mi accingo a farlo, quasta sarebbe assolutamente quella di una frustrante malinconia e di un dispiacere assoluto. Ho amato Lost, la mia fiducia negli autori è stata a lungo quasi cieca. Ecco perché la mia delusione è cocente, proprio perché fondata sulla passione più totale. (continua)

Gli altri “capitoli” di Lost: perché NON è un capolavoro

Le lacrime

Gli ultimi minuti

Un messaggio semplice

La teoria spirituale

La teoria scientifica

I punti forti

Il linguaggio

I personaggi

Il binomio fede e scienza

I misteri

Una mania collettiva

L’utilizzo dei media

Let it Go

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