Non il solito documentario. È bene tenerlo a mente pensando a S is for Stanley, il film che Alex Infascelli ha girato per tracciare un ritratto di Stanley Kubrick. Perché il profilo del regista è stato disegnato avendo come guida una delle persone a lui più vicine: il suo autista. Emilio D’Alessandro ha infatti accompagnato il regista per trent’anni della sua vita, instaurando con lui un rapporto che col tempo ha saputo andare oltre la dimensione professionale. Tanto che Kubrick ha coronato la loro amicizia nel 2009, con una serie di omaggi nel suo ultimo film, Eyes Wide Shut, come concedere un cameo a D’Alessandro o prestare il suo nome al bar in cui si reca Tom Cruise.

S is for Stanley, premiato ai David di Donatello di quest’anno come Miglior documentario, sarà nelle sale italiane solo per un giorno, il 30 maggio. Noi abbiamo intervistato Infascelli per chiedergli qualcosa di più sulla realizzazione del film e sugli aneddoti più curiosi che la sua preziosa fonte gli ha confidato su uno dei più grandi geni della storia del cinema.

A spingerti a realizzare un docufilm su Kubrick pare sia stata la forte connessione che hai con il regista sin da ragazzino. Puoi raccontarci meglio com’è nata e si è sviluppata?
«La mia connessione con il regista è iniziata con l’interesse verso l’uomo. In casa mia quando ero piccolo girava questo libro con la foto di Kubrick in copertina. All’epoca mi sembrava che quella foto ritraesse qualcuno della mia famiglia. E l’ho creduto a lungo. Ci sono una serie di coincidenze che hanno scandito questo mio percorso verso Kubrick. Mia madre, dopo la morte di mio padre avvenuta nel ’77, ha prodotto 3-4 film. Uno di questi film era Gran bollito di Mauro Bolognini, un film stranissimo sulla saponificatrice di Correggio. La protagonista era Shelley Winters e io passavo i pomeriggi interi alla Dear con lei che, anche se ero piccolo (avevo 12 anni), mi parlava in continuazione di questo film incredibile che aveva fatto anni prima con questo grandissimo regista, che era ovviamente Stanley. Dopodiché nell’88-89 ero andato a Los Angeles e lavoravo in un negozio di proprietà di Mickey Rourke, che vendeva gioielli antichi messicani. Un giorno entra in negozio questa donna molto bella con accento europeo e mi dice che deve comprare un braccialetto per la figlia acquisita. Mi chiede di dove sono, le rispondo che sono italiano e alla fine scopro che lei è Milena Canonero. Dieci anni dopo vado a Cannes con Almost Blu. In quell’edizione per tutta la durata del festival ero in gemellaggio con un altro film, Big Big Love, del marito di Debra Winger, che in Full Metal Jacket interpretava il soldato ammazzato dal cecchino. Anche lui per tutta la durata del festival mi parlò della sua esperienza con Kubrick. Nel 2008 andai a intervistare a Londra la moglie di Kubrick per realizzare uno speciale che conducevo per Mtv e che sarebbe andato in onda prima di Arancia meccanica. Lì, il direttore del canale mi parlò per la prima volta di questo Emilio e il resto lo racconto nel doc. Sicuramente, quindi, il percorso di conoscenza che mi ha portato fino a Stanley è molto particolare. Come segnato da tappe che mi hanno fatto gradualmente arrivare a lui. Nel rapporto tra Emilio e Stanley ho trovato un po’ anche un riscatto verso la mia figura paterna mancata».

Com’è avvenuto l’incontro con Emilio?
«L’incontro con Emilio avviene nell’ottobre del 2012. L’anno in cui Matthew Modine viene invitato alla Festa del cinema di Roma a presentare le sue fotografie scattate sul set di Full Metal Jacket. Nel frattempo avevo letto il libro di Emilio e avevo scritto a Filippo Olivieri, l’autore, per chiedere un appuntamento con lui. Abbiamo mangiato insieme e un amico di Cassino di Emilio ad un certo punto ha detto “Emilio sarebbe fantastico se si facesse un film da questo libro” e poi qualcuno ha aggiunto “si ma chi lo può fare?”. Emilio allora mi guarda e dice “ma tu non fai il regista? Fallo tu”. Sono rimasto di sasso. Ero lì solo perché volevo andare a stringere la mano ad Emilio dopo aver letto quel fantastico libro. Questo è stato il primo incontro e da li è cominciata l’avventura durata tre anni».

Come definiresti il suo rapporto con Kubrick?
«Non sono uno che guarda un film cinquantamila volte e non so mai che rispondere quando mi viene chiesto qual è il tuo film preferito. Però la sensazione che ho con i film di Stanley è la stessa che si può applicare ad una musica, ad una canzone. Ogni volta che guardo un film di Kubrick ho la sensazione di guardarlo per la prima volta, nonostante incameri dei ricordi di altre volte in cui l’ho visto. Mantiene una freschezza particolare ed è talmente sorprendente quello che si vede che non si riesce ad immagazzinare veramente. Ogni volta che lo si rivede si viene aggrediti da qualcosa che avevamo perso la volta precedente, oppure qualcosa che avevamo interpretato in un modo ci si presenta in un altro completamente nuovo. Il mio rapporto con il cinema di Stanley è di continua sorpresa, stupore e di una freschezza sorgiva che non è quella della memoria o della posterità. Kubrick ha realizzato i film così meticolosamente da farli diventare eterni. Come una fiamma che brucia per sempre, una sorgente».

Qual è l’aneddoto che ti ha raccontato sul grande regista che ti ha colpito di più?
«Uno degli aneddoti più divertenti che mi ha raccontato Emilio su Stanley, e che non c’è nel film, riguarda una delle prime volte che loro due erano usciti in macchina insieme. Stanley era seduto dietro, molto agitato, controllava e criticava in continuazione la guida di Emilio. Ad un certo punto, lui frena la macchina, si volta verso Stanley, e gli dice “Stanley, ma per caso io ti dico dove devi mettere la macchina da presa?” e Stanley giustamente gli dice “no!” ed Emilio continua “ecco, allora tu lasciami guidare e fa il tuo mestiere, che io faccio il mio”. Stanley allora ha smesso di rompere le scatole ad Emilio e non gli ha più detto niente».

Hai scoperto qualcosa che non conoscevi del suo modo di fare cinema?
«Se posso dire di aver scoperto qualcosa di nuovo da questa lunga intervista con Emilio, più che una scoperta, è una conferma. Ed è una conferma che in sé ha un paradosso. Kubrick non usava quasi mai le stesse persone da un film all’altro. Un po’ perché morivano di vecchiaia, secondo me, o cambiavano mestiere… passando così tanto tempo da un film all’altro… a parte le battute, Kubrick era solito non creare delle familiarità, delle fidelizzazioni all’interno della sua organizzazione e delle troupe con cui lavorava. Questo, credo, perché voleva che le persone non fossero tranquille. Voleva che fossero sempre all’erta, che sentissero di dover provare sempre qualcosa a se stessi e a lui, per meritarsi di trovarsi là. Ma allo stesso tempo puntava tutto sulle persone che sceglieva per i propri film. Tutto ciò che era accessorio ed esterno alle figure dei reparti che lui meticolosamente sceglieva – anche cambiando da film a film – era fondamentale. Questo si vede anche nella qualità dei film che ha fatto ed è stato più volte premiato per le scelte prese. Nello scegliere ogni volta il collaboratore giusto per quella determinata mansione. Dico questo ovviamente forte dell’aver raccontato invece la storia di una persona che è rimasta con lui per trent’anni e che non è mai cambiata».

Perché hai deciso di non interpolare scene tratte dei suoi film nel tuo racconto?
«La scelta di non usare scene dai suoi film e anche pochissime foto – che ho messo solo per non aver la presunzione che le persone avessero perfettamente chiaro di quale film stessi parlando – viene da una forma stilistica, una specie di mio dogma che mi sono imposto all’inizio di questo lavoro, di questa avventura dove il protagonista assoluto era Emilio e l’altro protagonista assoluto era Stanley ma non Kubrick. Mi interessava l’uomo e dell’uomo ho messo tutto quello che avevo a mia disposizione e che proviene dalla “saccoccia” di Emilio. Non ho preso praticamente nulla che non appartenesse a Emilio, giusto qualche immagine di Stanley, ma davvero poco. Invece del regista ho scelto di non avere nulla. Prima di tutto perché è come se parlassi di un crocifisso e avessi bisogno di farlo vedere. Mentre tutti abbiamo in mente di cosa sto parlando. Nel caso specifico di un pubblico che penso attratto da questo documentario perché amante del cinema e del cinema di Kubrick, so che non avrei avuto bisogno di mostrargli qualcosa di cui stavo parlando con Emilio. Per quanto riguarda le persone che invece non conoscono il cinema di Kubrick – che comunque non riesco a immaginare quali siano considerando che le immagini del suo cinema hanno valicato i confini del cinema inteso come forma d’arte e sono andate nell’immaginario collettivo totale – è un’esperienza ancora più forte. Perché il fulcro è quasi tutto sull’uomo e non sull’artista».

C’è qualcosa che ti ha stupito del suo risvolto famigliare/personale?
«Una cosa che ho notato e che mi ha colpito dell’universo personale e famigliare di Stanley è come lui non avesse un sistema gerarchico nella vita, nel suo lavoro sì, ma non nella distinzione tra specie. Ovvero, per lui la moglie e le figlie erano tanto importanti quanto i cani e i gatti che abitavano la casa. Questo sottolinea tantissimo la sua formazione e propensione verso una filosofia animica in cui ogni essere vivente ai suoi occhi era uguale ed entrava nel suo universo perché – a rigor di logica – se lo meritava, c’era un’appartenenza. Anche se il cane non era figlio suo era comunque un essere che gli apparteneva, che si affidava a lui. È stato così anche, per esempio, con la prima figlia Katryn, quella acquisita e arrivata in dote con il matrimonio con Christiane. Per lui quella figlia era tanto figlia quanto Anya e Vivian che erano figlie di sangue. Così i cani e i gatti e gli animali ma anche le persone che incrociava nel suo percorso professionale avevano la stessa importanza dei suoi familiari. Nel momento in cui uscivano dal radar non esistevano più. In questo senso sento anche degli echi di un approccio molto orientale all’esistenza. In cui il “qui e ora” è assolutamente l’unico punto importante anche negli affetti e nelle relazioni».

Dopo aver conosciuto Kubrick attraverso lo sguardo di Emilio come si è arricchita o modificata la tua opinione su di lui?
«La mia esperienza nel fare questo documentario, che credo sia l’esperienza che tutti avranno andandolo a vedere (e lo è stata per quelli che lo hanno già visto), è che guardare un film di Kubrick non sarà più la stessa cosa. Perché è tale la memoria emotiva di Emilio legata a ogni vicenda filmica di Stanley che noi, partecipandola emotivamente, la introiettiamo. Rivedendo quel particolare film a noi vengono in mente non degli aneddoti ma delle sensazioni, sentimenti, sofferenze o gioie che erano quelle di Emilio e di Stanley che abbiamo in qualche modo portato con noi. Quindi la visione dei suoi film – da quel momento in poi – è arricchita da questa meravigliosa vicenda umana».

Di seguito, il trailer e il poster di S is for Stanley:

© RIPRODUZIONE RISERVATA