Nel 2000 ci hanno fatto incontrare il conte Dracula con Zora la vampira, nel 2005 ci hanno chiuso dentro un ascensore con il thriller low budget Piano 17 e tra il 2006 e il 2010 ci hanno trascinato lungo mille peripezie insieme all’ispettore Coliandro con la serie tv ispirata ai gialli di Carlo Lucarelli. Ora Marco e Antonio Manetti, meglio noti come i Manetti Bros. hanno deciso che era venuto il momento di presentarci anche un alieno. E non un alieno qualunque, ma un misterioso essere che parla cinese… Per realizzarlo i due fratelli registi hanno chiamato all’appello i migliori tecnici degli effetti speciali sul mercato, quelli che, per capirci, hanno lavorato a pellicole come Il signore degli anelli tra le fila della Weta di Peter Jackson. Una curiosità? Sono tutti italiani e per la prima volta hanno lavorato per un film di casa nostra (che di effetti speciali non fa generalmente largo uso…). Ce lo raccontano, insieme a tante curiosità sui loro progetti in corso e futuri in questa intervista…

(Foto di Barbara Oizmud)

Best Movie: L’arrivo di Wang: raccontaci di cosa si tratta. E innanzitutto: a che genere appartiene?

Marco Manetti: E’ una storia psicologica. Una creatura di un altro pianeta viene trovata sulla Terra e per precauzione viene interrogata.

BM: Chi lo trova?

MM: Lo trova l’esercito italiano, i servizi segreti. Solo che questo alieno parla solo cinese… (So che fa ridere detta così, ma in realtà l’effetto non sarà comico nel film!) perché ha imparato la lingua più diffusa sul pianeta. Il film inizia con una scena in cui un’interprete parla in una stanza buia con un signore che parla in cinese e che lei non può vedere. Siamo di fronte a un interrogatorio che però ha un tono misterioso perchè questa persona dice cose molto strane. Quando lei chiede di vederlo scopriamo che si tratta di un alieno e che i servizi segreti lo stanno interrogando per capire se le sue intenzioni siano buone o cattive.
Il film in realtà racconta soprattutto la sfida tra tre persone che sono Ennio Fantastichini, che è l’agente dei servizi segreti italiani convinto che l’alieno abbia cattive intenzioni, l’interprete cinese che è Francesca Cuttica, che è la protagonista del film che è convinta dalle parole dell’alieno che lui non abbia cattive intenzioni, e l’alieno che rimane una figura enigmatica fino alla fine. Quindi è una storia psicologica di “tensione tra tre persone”.

BM: Vi siete ispirati a film come Ultimatum alla Terra quindi?

MM: In effetti Ultimatum alla Terra tratta argomenti simili, ma in realtà a noi l’idea del film è venuta facendo una riflessione umana e non politica per esempio su Guantanamo. La questione in pratica è: se ti trovi di fronte a una persona che forse ha un’informazione che potrebbe fermare un attentato, quanto ti puoi spingere in là senza avere certezze della sua colpevolezza per scoprire quello che sa? Questo è il motore che ci ha fatto pensare a questo film.

BM: Dove si svolge il film?

MM: Si svolge quasi interamente in una base dei servizi segreti italiani. Abbiamo girato a Roma in una ex scuola di polizia abbandonata, che è un edificio con dei sotterranei che si prestavano a sembrare quello che noi ci immaginiamo potrebbe essere una base dei servizi segreti, dove ovviamente non siamo mai stati…

I due protagonisti Ennio Fantastichini e Francesca Cuttica nella base dei servizi segreti

BM: Questo alieno quindi noi non lo vediamo mai fino alla fine?

MM: Per i primi 20 minuti del film non si vede e non si sa nemmeno che è un alieno. Poi diventa una presenza forte nel film ed è un effetto speciale di primissima qualità. Diciamo che l’alieno lo stiamo ancora “facendo” in post produzione.

BM: Avete usato la motion capture per realizzarlo?

MM: Esatto, lo sta facendo una squadra di italiani, il 90% dei quali ha grande esperienza all’estero. Se si va a vedere si scopre che Avatar, per esempio, è stato fatto dalla Weta in Nuova Zelanda, dove ci lavorano circa 20 italiani. Uno di questi è Maurizio Memoli, che ha disegnato il nostro alieno. In Italia c’è una conoscenza tecnica di questo tipo di lavoro e un livello di professionisti molto alto, però i più bravi non lavorano qui… Questa è la prima volta che un pugno di questi talenti ha accettato di restare qui per fare un film italiano. In genere loro in Italia fanno solo la pubblicità…

BM: Che cosa ha fatto per Avatar Maurizio Memoli?

MM: Ha scolpito le creature. Per noi invece ha creato il personaggio dell’alieno, e ora un animatore lo sta animando. Adesso ha finito con noi ed è andato a Singapore a lavorare per un musical tutto in animazione 3D prodotto da George Lucas. Maurizio è la nostra superstar degli effetti speciali insomma. Il suo ruolo specifico comunque è quello di modellatore: in pratica quello che disegna e inventa la figura e ne fa una statua 3D. Poi nel processo di lavorazione 3D (e precisiamo che non stiamo parlando del 3D degli occhialini!) ci sono l’animatore, il righer, quelli che si occupano del rendering. In pratica abbiamo messo su una squadra tutta italiana e gli unici due di questi che lavorano in Italia lavorano sulle Winx. Fanno tutti parte di una società nuova, la Palantir Digital, che li gestisce tutti insieme e si presenta come la Industrial Light and Magic italiana.

BM: Come avete scelto gli attori protagonisti?

MM: A noi in genere piace lavorare sempre col nostro gruppo, ma per questo film abbiamo lavorato con tre attori nuovi. Uno di questi è Ennio Fantastichini, che stimiamo da tutta la vita. Francesca Cuttica la conoscevamo già perchè l’avevamo provinata in un’altra occasione, però non ci avevamo mai lavorato ed è stata una vera scoperta. Viene dal teatro e ha fatto piccola parte ne La prima linea di De Maria. Questo è il suo primo ruolo da protagonista ed è già entrata nel nostro “gruppo famigliare”. Ora per esempio è nel cast di un nuovo film che stiamo producendo.


Ennio Fantastichini e Francesca Cuttica

BM: Cosa ci dite del resto del cast?

MM: Il terzo attore protagonista è l’alieno che è interpretato da un cinese, che si chiama Li Yong, che non si vedrà mai nel film.

BM: Un altro “Andy Serkis”…

MM: Esatto! È il nostro Andy Serkis! E tra l’altro ho letto interviste a Cameron in cui insiste molto nel dire che Serkis è un interprete a tutti gli effetti. Come lo è Sigourney Weaver per Avatar. E tanto per restare in famiglia il quarto ruolo è affidato a mia moglie Juliet Esey Joseph, che ha già lavorato con noi un sacco di volte, a partire da Torino Boys, poi ha fatto una parte piccola in Zora la vampira, e soprattutto è una cattivona di puntata della prima serie de L’ispettore Coliandro.

Li Yong nei panni dell’alieno realizzato con la tecnica della motion capture

BM: Che ruolo ha?

MM: Lei è Cinthia Amounike, la donna nella cui casa viene trovato l’alieno, che si è rifugiato in casa sua.  Anche lei avrà un ruolo fondamentale nella storia perché sarà condotta all’interno della base e trattenuta. La sua è la figura più combattiva del film.


Cinthia Amounike è la donna che trova l’alieno in casa sua

BM: Li Yong invece da dove arriva?

MM: Lui non è un attore, è un portiere d’albergo, cinese, che abbiamo trovato dopo ricerche complicatissime tramite l’università, dove fa un lavoro di lettura.  Dal momento che ci serviva un attore più “di voce” ci siamo anche rivolti al mondo del doppiaggio, ma alla fine lui ci è sembrato in assoluto il più convincente.

BM: Come si muoveva con i sensori della performance capture?

MM: In effetti è una storia un po’ buffa! Lui lavorava vestito con una tuta verde tipo da supereroe tutta aderente, con un cappuccio verde. Quindi l’effetto era questo: un signore infilato in questa tutina, seduto a un tavolo che parlava in cinese… Sembrava di avere un alieno vero sul set! Questa tuta aderente poi faceva vedere anche un po’ troppo… E quindi lui non si alzava mai… È stato divertente. E anzi la cosa divertentissima è che siccome il film è finito, mancano solo gli effetti speciali, esiste una versione del film tutta con lui al posto dell’alieno. In pratica da film serio si trasforma in Scary Movie!

BM: Piano 17 è stato autofinanziato da voi e la troupe ha lavorato gratis. Questa volta chi ha finanziato il progetto?

MM: È stato Luciano Martino con la Dania Film che ha finanziato L’arrivo di Wang insieme alla Surf Film. Lui è un produttore vecchio stampo con cui ci stiamo trovando molto bene e col quale speriamo di continuare a lavorare ancora a lungo.

BM: Qual è stato il budget?

MM: È difficile dirlo perché il film non è ancora finito, ma comunque sotto il mezzo milione di euro.

BM: C’è già una data di uscita?

MM: In realtà no perché il processo degli effetti speciali sperimentali fatti a basso costo è piuttosto lungo. Noi consideriamo di finire gli effetti speciali per gennaio, però abbiamo paura che non basti. Diciamo che potremmo vederlo in sala entro metà dell’anno prossimo.


Francesca Cuttica

BM: Nel frattempo siete già impegnati su nuovi fronti…

MM: Sì, stiamo coproducendo un film che si chiama Circuito Chiuso che è scritto e diretto da Giorgio Amato, un regista esordiente. Stiamo sperimentando il genere di film con la telecamera come personaggio. Stile The Blair Witch Project, Rec e Paranormal Activity. È la storia di due ragazzi che sospettano un signore della sparizione di alcune ragazze. I due allora penetrano nella casa di quest’uomo, che è un giardiniere, e nascondono 5 telecamere.
Il film quindi si svolge su due piani. Da una parte vedi questi due ragazzi e dall’altra vedi la vita privata di questo signore, che naturalmente rivela avere grandi segreti, attraverso le inquadrature di quelle 5 telecamere. Si tratta di un thriller con un taglio molto realistico e quindi anche molto crudo…

BM: A che punto siete con la produzione?

MM: Siamo in fase di montaggio. E’ presumibile che questo film esca prima di Wang, perché a differenza di questo avrà bisogno di una post produzione brevissima. Sarà finito entro quest’anno penso.

BM: Altri progetti in corso?

MM: Abbiamo due o tre idee di film, tra cui per esempio un western, che abbiamo già scritto. Vorremmo produrlo al 100% tramite la nostra nuova casa di produzione, la Manetti Bros. Film, con cui abbiamo prodotto anche L’arrivo di Wang. L’idea del western in realtà ci spaventa un po’ perché abbiamo paura che sia molto difficile da gestire. Non so se sarà proprio il nostro prossimo film però l’abbiamo scritto e ci sta solleticando l’idea di farlo in 3D…
Poi ci hanno chiesto di girare il remake di un classico un po’ sconosciuto dell’horror italiano, Deliria di Michele Soavi. Non è la prima volta che ci propongono dei remake di vecchi film italiani, ma finora ci siamo sempre rifiutati per non doverci confrontare con dei film di cui in realtà non c’è niente da “rifare”. Invece questo ci sta stimolando e ci piacerebbe girarlo in 3D.

























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