Ove (Rolf Lassgård) è un cinquantanovenne burbero che non ha più il ruolo di amministratore di condominio che occupava un tempo e si è rintanato in una misantropia che lo rende antipatico a tutti. Stringerà però un legame particolare con Parvaneh (Bahar Pars), una donna incinta di origini iraniane.

Mr. Ove ha tutti gli elementi tipici del film composto e garbato, a cominciare dalla rassicurante rappresentazione di una cittadina nordica e dei suoi abitanti, tipi umani abbastanza prevedibili e riconoscibili, per quanto un po’ scompaginati. 

Eppure, nonostante quest’apparenza, la sgradevolezza che caratterizza il personaggio principale non sa di posa, ma sembra autentica dall’inizio alla fine: dentro quest’uomo corpulento e odioso, che tenta il suicidio nei modi più disparati senza riuscirci mai per un motivo o per l’altro (un topos della dark comedy, a ogni latitudine) c’è infatti un disagio autentico nello stare al mondo.

Una condizione che impedisce al film, col passare dei minuti e con l’elemento dell’integrazione e del calore umano che subentra, di farsi una semplice parabola sui buoni sentimenti, come in partenza si sarebbe potuto immaginare. La disperazione di fondo infatti persiste, l’umanità convive col nichilismo e vi aggiunge soltanto delle sfumature di complessità in più. Un aspetto che fa di Mr. Ove una specie di fiaba nera, in cui la cupezza di Ove concede una tregua al solo scopo di lasciar posto a una dolcezza e una distensione non meno contraddittoria e carica di domande.

Questa doppiezza fa di Ove un ordinary man emblematico, capace di piantarsi nell’immaginario dello spettatore e di rimanervi attaccato, senza scolorire nell’ennesimo ritratto disfunzionale del vecchietto che borbotta. Ci aspettiamo come minimo che il remake americano con Tom Hanks, da sempre straordinario a sua volta nel dar vita a uomini comuni di grande impatto,  riesca come minimo a cavalcare al meglio tale aspetto e, se possibile, a spingersi ancora oltre.

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