Cos'è The Social Dilemma

Ne stanno parlando tutti, lo stanno vedendo in tanti: The Social Dilemma è nella TOP 10 dei contenuti più visti in Italia su Netflix mentre scrivo, e sta scalando le prime posizioni. Ma qual è il dilemma a cui fa riferimento il titolo? Probabilmente è il dilemma tra utopia e distopia, un dilemma del giudizio, cioè la valutazione se il bilancio tra i pro e i contro – pubblici e privati – degli strumenti informatici che utilizziamo costantemente, sia in attivo o in passivo. Come è facile immaginare, l’opinione di chi ha realizzato il documentario propende per il passivo.

Tutto parte dal più classico dei paradossi, puntualmente citato a inizio film: se non paghi un prodotto, è perché il prodotto sei tu. Il resto del documentario spiega attraverso le parole di alcuni “pentiti eccellenti” (tra cui l’ex presidente di Pinterest Tim Kendall) il modo in cui i colossi della social economy hanno monetizzato i nostri profili, ovvero la quantità enorme di informazioni che ottengono dalle nostre interazioni virtuali. Secondo la più classica delle progressioni drammatiche – e non va trascurato che si tratta di un doc parzialmente “scripted”, ovvero composto anche da una parte di fiction – si passa dall’analisi della raccolta dati, alla manipolazione attiva dei nostri comportamenti (ed è il passaggio cruciale), fino alle sue estreme conseguenze: aumento dei aumento dei suicidi giovanili, emergenza climatica, trionfo dei populismi e crisi della democrazia.

Ma come si passa dal punto A al punto B, dall’utopia alla distopia? Senza dilungarci troppo, diciamo che la questione fondamentale riguarda il disinteresse del meccanismo capitalistico per l’informazione verificata e, al contrario, l’estrema viralizzabilità della disinformazione. «Una fake news circola tendenzialmente sei volte di più» dice Tristan Harris, voce principale del doc, ex “designer etico” di Google, presidente del Center for Human Technology e neo-guru del web moralmente sostenibile. Da qui, e dalla conflittualità sociale derivata dalla mancanza di verità minime condivise (pensate ai negazionisti del Covid, ai terrapiattisti o al Pizzagate), la maggior parte dei guai e lo spettro di tutte le guerre civili, anche in paesi attualmente insospettabili.

Vale la pensa vedere The Social Dilemma? Senz’altro, con alcune precauzioni. La maggior parte di chi sta leggendo questo articolo appartiene a una bolla di persone già piuttosto avvezze ai meccanismi che il documentario esplicita, e tuttavia ci sono sempre piccole sacche di incoscienza con cui, volontariamente o meno, decidiamo di convivere. Illuminarle non può che far bene. Vederle illuminate da chi le ha create e ora si ritrova “con le mani sudate”, fa ancora meglio. Viene voglia di fare più attenzione, magari cominciando a eliminare le notifiche delle app dallo smartphone, strumento principe di manipolazione e controllo delle nostre abitudini.

Poi però consideriamo anche il rovescio della medaglia. The Social Dilemma è un documentario fortemente schierato, e costituisce di per sé una forma di ragionamento apodittico e condizionamento dello spettatore. È diffuso attraverso Netflix che, assieme agli stessi social network attaccati dal film, compete per catturare la nostra attenzione e condizionare i nostri comportamenti. E che quindi ha bisogno di messaggi forti e preferibilmente ansiogeni. The Social Dilemma adempie benissimo a questa funzione: maneggiatelo con cura e la giusta dose di distacco.

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