Un viaggio/reportage dietro le quinte della prostituzione giovanile, che si snoda attraverso l’inchiesta di un’affermata e ricca giornalista dell’alta borghesia parigina. È questo in sintesi Elles, il film drammatico della regista polacca Malgorzata Szumowska, che ha scandalizzato l’ultima Berlinale per il crudo realismo del feticismo sessuale inscenato.
Le sequenze più spinte, tuttavia, si contano sulle dita di una mano. E turberanno lo spettatore molto meno della crisi esinteziale e morale che investe la reporter (un’intensa Juliette Binoche), incontrando le sue due giovani testimoni.

Tutti i suoi valori e le sue certezze vengono erose e si sgretolano come un castello di sabbia in riva a un mare in tempesta. Nessuna delle sue ancore, dall’istruzione al benessere economico, dalla famiglia al successo professionale, riuscirà a tenerla a galla. Pur tentando un approccio professionale deontologicamente corretto con le sue interlocutrici, la giornalista si avvicina a loro carica di preconcetti e risposte preconfezionate. Che, tuttavia, vengono smentite inesorabilmente una dopo l’altra. Si aspetta di trovarsi di fronte ragazze costrette alla prostituzione dalle ristrettezze economiche, da parenti o amici violenti, devastate dal profondo disgusto per ogni gesto compiuto. Incontra, invece, due studentesse che paragonano la prostituzione al vizio del fumo, quasi come un piacere nocivo, che prima o poi bisogna abbandonare; affascinate dai loro clienti più facoltosi, impassibili di fronte alle loro perversioni, ma inorridite dallo squallore degli appartamenti di quelli meno abbienti.
Dapprima stupita e incredula, la reporter finisce per immedesimarsi con le ragazze e trovare nel loro stile di vita e nei loro ragionamenti inattese similitudini con la propria esistenza. E per equiparare la sua condizione plurima di lavoratrice, moglie e madre a quella delle sue interlocutrici. Il reportage si trasforma quindi via via in una rilettura della visione della donna nella società contemporanea, dove le conquiste, la ricchezza, l’emancipazione e l’istruzione – per quanto elevate – la mantengono ancora in una posizione subalterna rispetto all’uomo.

La regista accompagna la reporter nel suo percorso di esplorazione e autoanalisi con un approccio quasi documentaristico, che si focalizza sui tre ruoli femminili principali e il confronto/scontro/incontro che passa attraverso i loro dialoghi. La progressiva immedesimazione della giornalista nei panni delle ragazze intervistate si afferma sullo schermo con un significativo e interessante cambio di prospettive. Se all’inizio, le immagini degli incontri tra le studentesse-prostitute seguono passo passo i loro stessi racconti, nell’epilogo questi si impossessano della mente della reporter, che finisce per percepirli come esperienze vissute in prima persona, tanto da confondere la propria realtà con visioni concretissime di questi personaggi. Una scelta potente, che tuttavia perde forza nella resa dei conti: la presa di coscienza non si tramuterà in una ribellione.

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Mi piace
L’intensa interpretazione di Juliette Binoche, la struttura da docu-fiction del film, le testimonianze (ricostruite sulla base di inchieste reali) delle due studentesse che passano attraverso racconti e considerazioni agghiaccianti sui quali farebbe bene riflettere

Non mi piace
La dolorosa presa di coscienza della protagonista, relativamente alla sua condizione di donna, non si tramuta in una ribellione

Consigliato a
Chi vuole scoprire un punto di vista alternativo su un dramma sociale e umano di oggi, poco conosciuto o sottovalutato come la prostituzione tra le giovani universitarie

Voto
2/5

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