Tutti possono fare i registi. Ma per essere degli autori, bisogna avere la predisposizione. Non c’è niente da fare, ci devi nascere. Fincher è uno di quei registi che il talento ce l’hanno nel sangue, la bravura gli scorre nelle vene e ciò è evidenziato dal fatto che in oltre vent’anni di carriera non ha mai sbagliato un film.
Con “L’amore bugiardo – Gone Girl” il regista costruisce con la precisione e la meticolosità dei migliori architetti un thriller dal plot intricato che mette in discussione le istituzioni care al nostro occidente di inizio XXI secolo. Il matrimonio è l’inizio dell’odio, la televisione non è più strumento di ricerca della verità ma un’arma a disposizione delle fazioni in gioco. Primaria anche l’importanza della connettività al giorno d’oggi, dove una foto può portarti contro l’opinione pubblica o un tablet nelle mani sbagliate può tenerti sotto controllo ventiquattro ore su ventiquattro. Quanto siamo liberi in realtà? Non più di quanto lo è Ben Affleck quando centinaia di giornalisti si appostano intorno a casa sua.
Ammirevole l’audacia con la quale vengono derise tutte le certezze di un paese, gli Stati Uniti, colpevole di un’eccessiva ed egoistica visione di sé. È proprio sotto questo aspetto che si vede il Fincher dei primi tempi, quello sadico e sarcastico. Quello di “Seven” e “Fight Club” per intenderci. Se dall’altro lato aggiungiamo la perfezione registica e stilistica a cui ci ha abituati da “Zodiac” in poi, si ha la ricetta perfetta. Il ritmo non cala mai. Il film è un crescendo per tutta la durata e il finale è perfetto: non vince il sistema. Avvocati e polizia hanno le carte vincenti, ma non possono giocarle. Evidentemente c’è qualcosa da cambiare.
Le musiche elettroniche tengono alta la tensione accompagnando i due eccellenti protagonisti. Ben Affleck recita volutamente di sottrazione disorientando continuamente lo spettatore. Lo si compatisce, lo si odia e lo si ama. Ma la vera rivelazione è Rosamund Pike, bionda di ghiaccio con la pazzia negli occhi. Nomination al Golden Globe più che meritata.
Si può dire che con “L’amore bugiardo – Gone Girl” il regista americano sia tornato ai suoi livelli massimi. Siamo dalle parti di “Seven” o forse l’abbiamo addirittura superato: il primo Fincher (“Seven”) si amalgama col nuovo (“Zodiac”) e il risultato è un thriller con una base solida capace di mettere lo spettatore profondamente a disagio. Per concludere, Fincher si conferma uno dei migliori autori americani degli ultimi vent’anni e anche uno dei pochi in grado di portare la massa in sala e scuoterla. E ciò non è affatto da sottovalutare, ce lo dimostra il film stesso.

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