Stranger Things 4
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I fratelli Duffer sono giovani, bravi, intelligenti e anche decisamente furbi. Dopo aver lavorato al fianco di M. Night Shyamalan in Wayward Pines – serie per alcuni disastrosa, per altri incompresa – hanno abbracciato l’occasione della vita creando per Netflix Stranger Things. I loro nomi sono diventati una sigla, The Duffer Brothers, conosciuta in tutto il mondo come il brand dietro al successo della serie.

La popolarità è una delle parole chiave dello show, soprattutto in una televisione in cui non si vede più tutto una volta a settimana, ma la fruizione tradizionale è affiancata da modalità di visione molto più indipendenti, in cui ciascuno può vedere quello che vuole, quando vuole e dove vuole. In questo modo però non solo la stagione di una serie non dura più come un tempo (quando ci volevano diversi mesi per arrivare dalla premiere al season finale) ma si perde anche la sincronizzazione degli spettatori. È proprio per questo che la popolarità di Stranger Things è qualcosa di clamoroso, perché in un mondo fatto di serie che vanno e vengono quella dei Duffer è tra le pochissime che è riuscita a imprimersi nell’immaginario collettivo.

La terza stagione arriva accompagnata da un importante carico di aspettative, sia perché sono passati quasi due anni dalla seconda, sia perché la scorsa annata ha diviso pubblico e critica risultando per alcuni un ottimo secondo capitolo, per altri un tentativo un po’ pasticciato di fare qualcosa di diverso.
C’era quindi, tra le altre cose, anche la necessità di ricompattare il pubblico tornando a quella quasi unanimità di consenso ricevuta dalla prima stagione, perché per una serie come Stranger Things che si basa in gran parte anche sulla condivisione collettiva di emozioni è fondamentale che gli spettatori siano più coinvolti possibile dalla storia.

I primi due episodi da questo punto di vista sono quasi una dichiarazione di intenti: i fratelli Duffer hanno tutto l’interesse a far tornare il sorriso sui visi di più spettatori possibili e pertanto spingono sul pedale della nostalgia, magari in maniera un po’ furba, ma mai ipocrita.
Le prime due ore della stagione, infatti, sono una sorta di antologia di Stranger Things, un promemoria dedicato a tutti quelli che, in questi mesi, hanno per un attimo perso interesse o dimenticato la capacità dello show dei Duffer di portare in superficie un intero immaginario, quello con cui sono cresciute diverse generazioni, non solo quella di coloro che erano pre-adolescenti negli anni Ottanta, ma anche quelle successive che si sono nutrite dei film di Spielberg, Lucas e Zemeckis in home video e dei romanzi di Stephen King.

Se la seconda stagione ha avuto il coraggio di esplorare altre direzioni narrative aumentando il tasso di azione e di spettacolarità, ma allo stesso tempo è stata anche un tentativo non centratissimo e non perfettamente equilibrato. Quella direzione ha però aperto diverse strade ai due autori, i quali in questa terza stagione dimostrano una nuova maturità, riuscendo a tenere in piedi il complicato cocktail di generi che caratterizza la serie.
Sin dai primi episodi questa terza stagione risulta decisamente brillante dal punto di vista del ritmo e in particolare tutto il versante comedy funziona alla perfezione, utilizzando al meglio le differenze di età tra i protagonisti per costruire piccoli gruppi a partire dalle rispettive peculiarità caratteriali.

L’altra importante qualità della stagione è la gestione dei personaggi, perché gli autori sono riusciti a sfruttare pienamente le potenzialità della coralità del loro racconto, dando spazio e dignità a tutti i personaggi storici e introducendo al meglio anche le new entry, prima tra tutte Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman.

La cosa più sorprendente è forse il rapporto tra Eleven e Max, soprattutto se si pensa che nella scorsa stagione uno degli elementi più criticati è stata proprio la rivalità costruita tra le due ragazze, che andava a perpetrare lo stereotipo sessista secondo cui in un gruppo c’è spazio solo per una femmina in mezzo a tanti maschi. In questo caso invece gli autori hanno nettamente corretto il tiro, lavorando con attenzione sulla loro amicizia facendo in questo modo emergere molto meglio anche la personalità di Max e le ottime doti attoriali di Sadie Sink.

L’altro fronte su cui questa stagione spinge in maniera ancora più intensa e riuscita rispetto alle scorse annate è quello dell’horror. Se da una parte il coming of age è il genere di riferimento, dall’altra la componente orrorifica è molto più calcata del solito e dà luogo a sequenze e situazioni realizzate in maniera certosina, perfette per far emergere le paure e le contraddizioni dei protagonisti.

In conclusione, la terza stagione di Stranger Things conferma la serie come uno dei prodotti più popolari della televisione contemporanea, trovando un equilibrio ottimo tra dramma e commedia, presentando una narrazione avvincente e piena d’azione, ricca di romanticismo e in alcuni casi realmente spaventosa.

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