Gabriele Salvatores presenta Il ragazzo invisibile - Seconda generazione

Gabriele Salvatores è uno dei più colti e garbati registi italiani della sua generazione, un cineasta che nella sua lunga ed eclettica carriera non si è mai seduto sugli allori e ha sempre sperimentato, lanciandosi in operazioni anche avventate e coraggiose, su cui in pochi avrebbero scommesso.

L’ha fatto anche nel 2014 con Il ragazzo invisibile, tentativo di superhero movie all’italiana ma anche di fantasy per ragazzi, di cui arriverà nelle sale il prossimo 4 gennaio il secondo capitolo, Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, ulteriore tappa di una saga crossmediale che ha in cantiere, probabilmente, anche il terzo film, oltre a una graphic novel edita da Panini Comics che uscirà in contemporanea col film. Il primo aveva incassato oltre cinque milioni di euro e vinto il premio EFA, l’Oscar europeo, come miglior film per ragazzi, come sottolineato dal produttore di Indigo Film Nicola Giuliano.

Ne Il ragazzo invisibile – Seconda generazione ritroviamo un Michele Silenzi a dir poco cresciuto, corrucciato e tenebroso, alle prese con nuove sfide e rinnovati tormenti, con l’inadeguatezza e il senso di invisibilità che, per l’appunto, sono tipiche dell’adolescenza. «Stiamo facendo qualcosa di più simile a Harry Potter che a una saga di supereroi – ha detto Salvatores a Roma presentando alla stampa il sequel in uscita – quasi un Boyhood dei supereroi, con un protagonista che cresce film dopo film».

«Paul Nizan scrisse: avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita – chiosa il regista – Michele ha ancora 16 anni ma a quell’età si scopre il lato oscuro delle cose, così come quello malinconico e poetico. Cinematograficamente parlando ciò si traduce in una maggiore complessità narrativa, in un mistero quasi da thriller rispetto al film precedente. Alla fine congedo i miei personaggi con un’immagine rubata a Il laureato di Mike Nichols, un fotogramma in autobus dal sapore ovviamente incerto. Ma vorrei che i ragazzi di oggi pensassero che, almeno un pochino, ce la possono fare».

Si potrebbe dire che, come Luc Besson, anche Gabriele Salvatores si è ormai consolidato nel tentare la via di un fantasy europeo in grado di rivaleggiare coi modelli americani? «Ho cercato di non lasciare solo Besson già nel ‘96 quando ho fatto Nirvana! – scherza il premio Oscar – Ne parlavamo insieme quando eravamo tutti e due in giuria a Shanghai, lui riteneva che le persone lo fermavano solo per fargli i complimenti per Nikita e si arrabbiava perché dopo ha fatto tanti altri film per lui importanti, e lo stesso accadeva e accade a me con Mediterraneo. Gli dicevo: consoliamoci, almeno uno buono l’abbiamo fatto!».

Il modello più diretto di questo nuovo film sembrano essere inequivocabilmente gli X-Men. «Io non li avevo visti, ma gli sceneggiatori (Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo) sì, eccome! Confesso che non sono un gran fan di quel filone, c’è lo Spider-Man di Raimi che è importante per me ma mi sento molto più vicino ai Gremlins, ai Goonies, a E.T., a quel cinema degli anni Ottanta che sapeva unire pensiero e spettacolarità, senza che né i padri né i figli si annoiassero».

Nel sequel de Il ragazzo invisibile, proprio come in un film di quel periodo, i nemici sono i russi e allo stesso tempo si affronta, in maniera tutt’altro che rassicurante, il tema della maternità: «La Russia è stata scelta perché è un posto che rimane lontano nell’immaginario collettivo, misterioso e chiuso. Credo proprio che i figli siano solo di chi li cresce, farli è anche facile e pure piacevole ma la cosa più complicata è farli diventare adulti, lasciarsene superare».

Nella vita di Michele fanno irruzione, non a caso, la madre biologica Yelena e Natasha, una sorella che non sapeva di avere: «Romanzo di formazione in chiave fantasy è la definizione migliore che si possa dare del nostro film e la condizione di orfano ricorre con grande frequenza nella letteratura per ragazzi, perché quando ci si ritrova senza più guide e riferimenti comincia l’avventura della scoperta della vita e di se stessi». Dello stesso avviso è anche la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi: «Il primo film metteva Michele di fronte alla domanda “chi sono?”, qui invece il quesito fondamentale è piuttosto: “cosa ci faccio, con quello che sono?”».

«Il motivo più intimo, caldo e meno razionale che mi ha fatto abbracciare per molti anni questo progetto – precisa ancora Salvatores – è che non ho figli. Diciamo che da qualche anno, da Io non ho paura in avanti, ne sto in qualche modo allevando uno cinematografico». Ma oltre a un figlio cinematografico il regista un superpotere tutto suo ce l’ha, ed è la statuetta dorata più ambita: «Nicola Giuliano voleva creare qualcosa di inedito per il cinema italiano e io sono uno che si annoia a fare sempre le stesse cose. Vincere l’Oscar con Mediterraneo è stato per me come farmi mordere dal ragno radioattivo di Spider-Man, è il mio superpotere e mi tocca usarlo al meglio. Tanti superpotenti non lo fanno – me ne viene in mente uno americano e uno nordamericano – ma da grandi poteri derivano sempre grandi responsabilità».

Un superpotere, quello del cinema, che Salvatores, in chiusura, ci tiene però ad estendere a tutti i suoi collaboratori: «Il cinema è meravigliosamente collettivo: io non sopporto chi dice “il mio film”, quello del film d’autore è un concetto francese e italiano che rispetto ma un film non lo puoi fare da solo e devi anche mettere da parte il tuo ego. “It’s the singer not the song”, cantano i Rolling Stones, ma senza una canzone il cantante da solo fa poco».

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