In questo momento storico in cui l’inflazione di sequel imposta dall’industria del cinema è talmente pervasiva da aver saturato lo spettatore, Mission: Impossible – Rogue Nation (il film uscirà nei nostri cinema il 19 agosto) si stacca nettamente dal gruppo ed è la prova che il problema non è il concetto di sequel in sé, ma l’intenzione che vi si cela dietro.

Se concepito come la stanca ripetizione di una formula, un sequel non può rappresentare nulla di buono, se invece – come in passato hanno fatto Il Padrino II o Terminator 2 – Il giorno del Giudizio – diventano espansioni ed approfondimenti dei mondi creati nei prequel possono addirittura dimostrarsi superiori. Ecco quanto è riuscito a fare Christopher McQuarrie, scrittore di fiducia di Tom Cruise (Operazione Valchiria, Jack Reacher, Edge of Tomorrow) passato anche alla regia per il quinto capitolo della saga di Ethan Hunt, mettendo a segno un sequel che è la summa di tutto il franchise e nello stesso tempo un upgrade. Quasi un salto quantico.

Da una parte Rogue Nation è fedelissimo e rispetta tutti i topoi dell’universo impossible: il tema musicale, le maschere, i gadget iperhi-tech e i luoghi impenetrabili a cui accedere, ma è come se avesse compiuto uno scatto di maturazione, grazie a uno script impeccabile concepito dallo sceneggiatore Premio Oscar per I soliti sospetti.

Innanzitutto, il film concentra alcune delle più belle scene d’azione che il cinema contemporaneo abbia partorito, e lo fa in assenza di green screen e tramite un utilizzo minimo di comparse e stunt, rendendo il tutto drasticamente vero ed emozionante, grazie a una macchina da presa che tallona i personaggi da angolazioni impreviste.

Parte in accelerazione McQuarrie, giocandosi subito senza pudore la scena più attesa e più reclamizzata, quella in cui Tom è appeso al portellone di un airbus in volo, ma è solo l’antipasto. E procede ancora meglio, rendendo le scene action memorabili in virtù di un senso della geografia del set impressionante: nella lunga scena dell’opera di Vienna, in presenza di molti giocatori che si sovrappongono, non perdiamo mai le tracce dei singoli né ci sfugge il disegno d’insieme. È una sequenza straordinaria fatta di corpo a corpo girati a venti metri d’altezza dal palcoscenico, a cui seguono altri segmenti ben distinti e girati in modo mai banale: una scena subacquea carica di tensione, un inseguimento in auto per le strade di Casablanca e uno in moto che ci regala prospettive a cui avremmo accesso solo se fossimo Valentino Rossi e soci. Non è il vrum-crash-bang degli ultimi Fast & Furious, ma un insieme di “coreografie” che non ha nulla di superfluo o ridondante tenuto insieme da una trama essenziale e solida che si disvela via via.

L’IMF è stato sciolto e sostituito dalla CIA per volere del suo miope funzionario interpretato da Alec Baldwin, che non crede all’esistenza del Sindacato, organizzazione clandestina costituita da ex agenti con scopi malefici, inseguito da Hunt e soci e suppone si tratti in realtà di una loro invenzione per agire irresponsabilmente e in modo anarchico. Dichiarato fuorilegge, mentre i suoi sodali vengono inglobati come impiegati dalla CIA, Hunt non rinuncia alla caccia alla sua nemesi degli ultimi film, un villain di bondiana memoria – l’ottimo Sean Harris, ex spia ora senza più “padroni” – che attraverso una tela di atti terroristici apparentemente scollegati tra loro, vuole mettere in piedi un’organizzazione sovrannazionale eversiva, lo “stato canaglia” del titolo. Per localizzarlo, saltando da Vienna al Marocco, fino a Londra, dovrà fidarsi di Ilsa Faust un’affascinante spia doppiogiochista dei servizi segreti britannici infiltrata nel Sindacato (Rebecca Ferguson).

Ed è l’entrata in scena di Ilsa il twist più radicale impresso da McQuarrie a un franchise che non è mai stato particolarmente generoso con le presenze femminili. Se pensiamo ad esempio alla semimuta Emmanuelle Béart del primo, ma anche a tutte quelle che sono venute dopo, si è sempre trattato di figure accessorie. La Faust è il rivolto della medaglia femminile di Hunt: mena come un fabbro, gli salva la vita due volte, ha caratteristiche da leader e come lui non lascia che le emozioni interferiscano con la professione, una supergirl a cui il cinema action sempre più a caccia di eroine dovrebbero guardare come modello. Vedi soprattutto la sequenza in cui Ilsa ruba la scena a tutti con un combattimento corpo a corpo con tanto di pugnali.

Ma non è l’unico momento in cui il protagonista cede generosamente lo schermo ai suoi partner. L’ulteriore tocco di genio di McQuarrie è stato quello di non aver montato il solito film hunt-centrico in cui il resto del cast fa da contorno alla portata principale, ma di aver costruito un film davvero corale, in cui l’amicizia è al centro del racconto. Hunt rischia il tutto per tutto per salvare la vita a Benji, che a sua volta per lealtà e riconoscenza non ha esitato un secondo a trasformarsi in un dissidente ricercato, così come ha fatto Brandt. Per la prima volta Mission: impossible è davvero una fotografia d’insieme del team, in cui a Simon Pegg e Jeremy Renner (con un piccolo aiuto di Ving Rhames) spetta soprattutto il compito di sdrammatizzazione e tocco comedy che la Marvel ha imposto quasi come un “format”, una funzione che il pubblico apprezzerà molto.

Hunt non è mai stato così umano e scoperto nelle sue debolezze. Rischia più volte la vita e non risuscita senza riportarne le conseguenze, come quando – quasi annegato – ha più di un momento di sbandamento mettendosi subito alla guida dell’auto. A renderlo scoperto più di tutto è il sentimento che cresce palpabile tra Ethan e Ilsa, un romanticismo sottotraccia ma potente, che rappresenta forse un unicum nel genere spionistico, proprio in virtù di quel giocarsela alla pari tra i due agenti di cui parlavamo prima.

Su tutti svetta comunque e sempre Cruise, 52enne miracolo della natura in sella alla saga da 19 anni. Non c’è scena che vedrete a cui non abbia partecipato in prima persona, non solo agganciandosi clamorosamente all’ala dell’aereo, ma scivolando dal tetto dell’opera di Vienna grazie a un cavo, rimanendo in apnea sott’acqua per periodi più lunghi di quelli che vedrete nel film, guidando personalmente l’auto e soprattutto la moto senza casco nelle scene d’inseguimento, un uomo trasformatosi in “corpo filmico” simbiotico alla saga e che si è guadagnato più che meritatamente il diritto a un sesto capitolo dopo questo gioiellino, che è la dimostrazione di cosa si possa tirare fuori da un sequel.

 

 

 

 

 

 

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