Al Gore in Una scomoda verità 2

Al Gore nel 2006 portò a casa l’Oscar per il miglior documentario con Una scomoda verità, diretto da David Guggenheim, ma l’impegno per il cambiamento climatico da parte dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Premio Nobel per la Pace in virtù della sua attività, gli ha causato negli anni tante antipatie quante lodi.

Non si tratta solo delle prese in giro caustiche e irriverenti di South Park, per rendere l’idea, ma di qualcuno che vede seriamente dietro la sua mobilitazione una subdola vocazione al complotto contro la modernità e la produttività, guardando con sospetto il suo sforzo per fare del Pianeta Terra un posto migliore e più sostenibile.

Una scomoda verità 2, che arriva a undici anni di distanza dal film precedente, è il monito perfetto contro chi riversa queste accuse contro il grande sconfitto delle elezioni presidenziali del 2000, perché oltre a rimettere in luce in maniera lampante e individuale l’impegno di Gore opera su un piano di concretezza risolutiva dei problemi, di realismo estremo, di dimostrazione scientifica. Di confronto e comparazione dei dati, attraverso supporti grafici precisi.

Non si può negare che la presenza in scena di Gore sia massiccia, a tratti enfatica fino a spingerlo alle soglie della retorica come già nel primo film, ma in questo sequel, diretto da Bonni Cohen e Jon Shenk, si avverte la doverosa urgenza di aggiornare l’agenda delle priorità. Non si tratta soltanto di fare banalmente il punto, ma di capire da cosa si può ripartire in base a ciò che si è riusciti a fare fino a questo momento. In questo determinismo c’è tanto di condivisibile e la forma cinematografica è al servizio della vocazione comunicativa e militante del prodotto, del suo taglio divulgativo.

La vicinanza a Gore dei due nuovi registi arrivati dietro la macchina è totale, ci viene mostrato con la stessa naturalezza nei ghiacciai della Groenlandia e sulla metro di Parigi, dove sono stati ratificati degli importanti accordi sul clima nel 2015, poi sconfessati dall’amministrazione Trump, che ha anche bollato Al Gore in prima persona come un ciarlatano, proponendo di ritirargli perfino il Nobel.

Il surriscaldamento globale e l’effetto serra, si sa, non saranno una priorità dell’amministrazione Trump e proprio per questo Una scomoda verità 2 ci tiene a trovare uno spiraglio di luce attraverso il quale suggerire in che modi e in che forme la militanza ambientalista può trovare oggigiorno una motivazione, in questi tempi cupi e regressivi. Come ad esempio quella di Dale Ross, paradossale eccezione, sindaco ultra-conservatore e repubblicano di Georgetown, città texana convertita al 100 % alle fonti rinnovabili in uno Stato americano spesso dipinto dalla stereotipia europea come rozzo e disattento.

Il conflitto tra potenzialità e azione, tra volontà e decisione, insieme ai fantasmi dell’inizio della presidenza Trump, è la miccia più forte del documentario, che più che documentare si fa, fin dai primi minuti, un oggetto orientato a spiegare un sentimento: un’appassionata barricata dalla quale guardare il mondo senza pensare che sia destinato a sgretolarsi passivamente, in una voragine imprendibile aldilà della nostra volontà.

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