Quando gli chiedono se i ruoli in costume sono ormai un vizio, Richard Madden risponde che non è mai stata una scelta intenzionale, «semplicemente mi sono capitate tra le mani sceneggiature meravigliose che lo prevedevano e non ho avuto esitazioni». Siamo (ahimè, eravamo) abituati a vederlo nell’armatura di Robb Stark, uno dei pretendenti al Trono di Spade, e presto (l’uscita è prevista per marzo 2015) sarà il principe azzurro di Cenerentola nell’adattamento di Kenneth Branagh, dove reciterà al fianco di Cate Blanchett (la matrigna). Ma oggi si presenta sul grande schermo della Mostra di Venezia, seppur Fuori Concorso, nei panni di un ingegnere ai tempi della Germania  alla vigilia della Prima guerra mondiale (1912).

Accade in A Promise, film che Patrice Leconte mutua dalle pagine di Stefan Zweig (Il viaggio nel passato, edito da Ibis), decidendo però di stravolgerne il finale: «Non potevo finire in maniera così buia, sarebbe stato depressivo». Una pellicola che per la prima volta accetta di girare in inglese, «perché sarebbe stata l’unica possibilità per avere questo cast stupendo» che, oltre a Madden, prevede anche Alan Rickman e Rebecca Hall.

Il regista che qualche mese fa ha fatto tanto parlare di sé per via del controverso film d’animazione La bottega dei suicidi, qui cambia radicalmente genere e dirige un dramma storico (ricostruendo con dovizia di particolare la Germania di inizio Novecento) che racconta l’amore impossibile tra Friedrich (Madden), ragazzo di umili origini che trova lavoro presso un’acciaieria, e la moglie del ricco proprietario della fabbrica (rispettivamente Hall e Rickman). Quest’ultimo, molto malato, intuendo le sue potenzialità lo prende sotto la sua ala protettrice fino a nominarlo suo segretario personale e invitarlo a vivere presso la sua dimora. Tra le mura del palazzo e sotto gli occhi dello stesso sig. Hoffmeister nasce e cresce la passione tra Fried e Lotte (diminutivo di Charlotte), forzatamente e dolorosamente repressa, fino a quando sono il distacco (un viaggio di lavoro in Messico), la Grande Guerra e le lettere mai arrivate a destinazione a svuotare “la promessa” (di continuare ad amarsi, nonostante la lontananza, in attesa del ricongiungimento) dei sogni di un tempo.

«È stata una sfida enorme» racconta Madden. «Perché l’interpretazione trattenuta non solo rende più interessante il personaggio ma diventa uno stimolo ulteriore per un attore, che deve lavorare con gli occhi e con il corpo». Timido (tiene spesso lo sguardo basso), riservato ed educato (si scusa quando per un problema di traduzione non capisce la domanda), l’ex Robb Stark non riesce a nascondere l’emozione di essere ospite in un Festival tanto prestigioso. Né l’entusiasmo per un film «che esplora relazioni umane così diverse da quelle che viviamo oggi, dove per via della tecnologia e della Rete non esiste più un vero distacco né il dolore o il piacere dall’attesa, anche solo di una lettera. Oggi ci sono email ed sms a tenerci sempre connessi in tempo reale». E nonostante ammetta la sua (ancora) scarsa esperienza – «Dovermi confrontare con un gigante come Alan Rickman è stato un onore, anche perché ho scoperto un uomo e un professionista estremamente generoso, da cui ho imparato moltissimo» – si sente di dare un consiglio a tutti i giovani che come lui ambiscono a fare questo mestiere: «Leggete più che potete, alimentate la vostra cultura, siate proattivi e cogliete l’attimo, sempre». Anche perché – questo lo aggiungiamo noi – l’inverno sta arrivando. Anzi, forse è già arrivato.

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