Festival di Roma 2010: I Want To Be A Soldier, Valeria Marini produce il film che indaga le cause del bullismo

Festival di Roma 2010: I Want To Be A Soldier, Valeria Marini produce il film che indaga le cause del bullismo

Il film di Christian Molina, prodotto da Valeria Marini, racconta le cause che portano un bambino ad essere violento, ma convince poco

di Giovanni Ragosa 04/11/2010
Stampa

Qualcosa non quadra in I Want to be a Soldier, di Christian Molina, presentato al Festival di Roma ed in concorso nella sezione “Alice nella città”, riservata ai film per e su i giovanissimi. Il tema è quello dell’educazione primaria, che dovrebbe svolgere, con una coordinazione tra famiglia e scuola, un ruolo determinante per inculcare i valori fondamentali della vita civile ai bambini. Quando questo non avviene, per un motivo o un altro, le conseguenze possono essere disastrose.

Alex, otto anni, sogna di fare l’astronauta; quando nascono i suoi due fratellini gemelli, i genitori acconsentono a mettergli un televisore in camera. Il mancato controllo da parte dei genitori, concentrati sui gemelli e sui loro problemi coniugali, fa sì che Alex sia costantemente bombardato da immagini di film di guerra fino al punto da diventare violento con i compagni di scuola e con i fratelli, prendendo una strada bruttissima, senza ritorno, nonostante gli interventi tardivi dello psicologo scolastico e dei genitori. Il suo amico immaginario astronauta, nel frattempo, è diventato uno spietato istruttore militare che lo educa al culto della violenza.

Prodotto da Valeria Marini (che si ritaglia un piccolo ruolo) ed impreziosito da Danny Glover e Robert Englund nel cast, I Want to Be a Soldier sfrutta piuttosto male l’idea originale dell’amico immaginario insistendovi eccessivamente e troppo didascalicamente (l’amico è astronauta quando il bambino fa il “bravo”, è un soldato quando fa il “cattivo”). Inoltre, l’eccessiva schematizzazione degli elementi in gioco, ovvero il ruolo della televisione, le cattive amicizie, i genitori, la scuola, non contribuisce alla verosimiglianza della trama, che vira involontariamente nel grottesco a scapito dell’analisi psicologica o della godibilità del film. La televisione in camera che proietta solo film di guerra sembra essere l’unico elemento che influenza la psicologia del bambino, i cui genitori non sono preoccupati dell’enorme croce celtica appesa nella stanza (ma chi gliel’ha comprata?), trattata alla stregua di un soldatino. Difficile credere che in un luogo sano o in una famiglia per bene come quella di Alex una croce celtica sia scambiata per “decorazione”, anche dal meno attento dei genitori. L’ultima scena della trama, poi, rivela in modo definitivo la causa ultima del comportamento di Alex e della presenza costante dell’amico immaginario, ma, pur essendo un colpo di scena, finisce per indebolire ulteriormente il messaggio sulle mancanze del sistema scuola – famiglia e sulla contraddittorietà dei comportamenti degli adulti rispetto a quello che impongono ai bambini. Fin troppo pretestuoso in tal senso si rivela il saggio scolastico di Alex sulle sue aspirazioni, soprattutto quando se ne scopre l’ultima parte.

Una serie di leggerezze di questo genere fanno perdere mordente ad un film che non eccelle nemmeno per originalità in un Festival in cui un film come Haevnen di Susanne Bier trasferisce in immagini in maniera molto più efficace e credibile la nascita di un bulletto adolescente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
News
AGGIUNGI COMMENTO