Russell Crowe in True History of the Kelly Gang

Ho la sensazione che le raccolte di recensioni brevi dai Festival siano come le raccolte di racconti in libreria, le scegli per l’autore e non per la trama, quindi perdi in partenza un fetta di lettori. Poco male, credo che il modo migliore per riportare l’esperienza festivaliera di un accreditato – molti film visti ogni giorno, a breve distanza e con poco tempo per riflettere – sia proprio questa, una sventagliata di impressioni che hanno bisogno di tempo per consolidarsi in qualcosa di più concreto.
In attesa delle classifiche di fine anno, rispolvero quindi il blog in questi piovosi giorni torinesi per raccogliere qualche giudizio a caldo.

JOJO RABBIT
È il sesto film del neozelandese Taika Waititi ma il primo dopo essere entrato nella squadra del MCU con Thor: Ragnarok. Ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, racconta l’educazione politica e sentimentale di un bambino tedesco affascinato dai riti della gioventù hitleriana, tanto da avere lo stesso Hitler come amico immaginario (lo interpreta proprio Waititi, in versione chapliniana). Le cose cambieranno quando scoprirà che sua madre nasconde una giovane ebrea nei muri di casa e soprattutto quando farà esperienza diretta della guerra. In pratica è come una versione di Il diario di Anna Frank girata da Wes Anderson: la prima metà – quella sfacciatamente comica – è quasi un plagio di Moonrise Kingdom. Ma ci sono riferimenti chiari anche a Il grande dittatore e La vita è bella. Nella seconda parte il film si fa più serio e diventa un coming of age abbastanza tradizionale, perdendo molto del suo carattere. Un buon film con una scena fantastica, in bilico tra farsa e terrore: quella della Gestapo che entra in casa del protagonista in cerca di rifugiati.
Voto: 7.

TRUE HISTORY OF THE KELLY GANG (nella foto)
È il nuovo film di Justin Kurzel, quello del Macbeth con Fassbender, dell’imbarazzante Assassin’s Creed e dell’agghiacciante The Snowtown Murders (uno di quei film per cui mi sento di dire che ci vuole un certo stomaco per arrivare alla fine). Della storia di Ned Kelly, famiglia e sodali esistevano già varie versione, tra cui una piuttosto buona con Heath Ledger e Orlando Bloom del 2003 di Gregor Jordan. Kurzel qui fa quello che fa sempre, cioè sceglie come registro il dramma metafisico in cui il panorama ha una funzione simbolica, quasi fosse una scenografia teatrale (il corteo di alberi scheletrici che circonda la casa dei Kelly è un’intuizione notevole). Alla fine si sconfina nei territori dell’horror psichedelico, in zona Ben Wheatley. Suggestivo, potente, noiosetto non per la lunghezza ma perché non ci sono personaggi con cui empatizzare. Cast notevole nei comprimari: Charlie Hunnam, Russell Crowe, Nicholas Hoult.
Voto: 7.

THE GOOD LIAR (L’INGANNO PERFETTO)
Grandi perplessità. Thriller telefonatissimo in cui due truffatori (uno è Ian McKellen) tentano di circuire una ricca vedova (Helen Mirren) per mettere le mani sul suo patrimonio. Dal minuto uno è chiaro che la donna sta facendo il doppio gioco e alla fine sarà lei a incastrare i due, quindi la suspense riguarda solo le ragioni che stanno dietro ai protagonisti. Il disvelamento finale non fa battere un ciglio. Recitazione sopra le righe (direi autocelebrativa), messa in scena modesta, ritmi a prova di pisolino (nel senso che potete dormire una mezz’ora senza perdere il filo della faccenda), tutto contribuisce all’esito di un cinema senile e senza grandi ambizioni. Considerato che da qualche parte, ancora una volta, si nascono i fantasmi del nazismo, consiglierei piuttosto di recuperare l’ottimo nazi-thriller Remember di Atom Egoyan.
Voto: 5.

GUNS AKIMBO
Qui siamo esattamente all’estremo opposto dell’arco cinefilo: cinema ipercinetico e post-tutto, di una modernità strillata e a tratti irritante. C’è un reality show clandestino in diretta streaming in cui i concorrenti si ammazzano per davvero e c’è un programmatore (Daniel Radcliffe) che si mette a litigare con i tizi che lo commentano in Rete. Così facendo attira l’attenzione dell’inventore del gioco, un pazzo con la faccia tatuata che lo sequestra, gli imbullona (letteralmente) due pistole alle mani e lo obbliga a combattere live con la micidiale serial killer Nix (Samara Weaving, abbonata a questi ruoli da psicopatica in film horror, con grande soddisfazione di tutti visto che è sempre perfetta). La pensata migliore del regista (quello di Deathgasm) per un film  che sta da qualche parte tra Scott Pilgrim vs the World e Hardcore Henry, è quella di unire action e commedia slapstick, con l’idea di partenza sfruttata secondo tutte le sfumature possibili. Ovvero: come vai in bagno, come apri la porta, come rispondi al cellulare, come ti infili i pantaloni, come mangi un hot-dog e come fai l’autostop quando hai due pistole al posto delle mani?
In filigrana (per modo di dire) anche un discorso serio sulla completa perdita di empatia indotta da reality e social network. Eccessivo secondo qualsiasi parametro, ma stilisticamente compatto e a tratti molto buffo.
Voto: 6 e mezzo.

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