Alcuni film e serie televisive non si limitano a raccontare storie di fantasia, ma sembrano quasi avere il superpotere di vedere il futuro. E forse, nella maggior parte dei casi, non si tratta neppure di coincidenze, bensì di autori in grado di formulare osservazioni acute sulla società e intuizioni penetranti sul mondo in cui viviamo. Tra le opere recenti che sono state in grado di anticipare scenari sorprendentemente familiari c’è sicuramente Station Eleven, miniserie televisiva americana che ha debuttato su HBO Max nel 2021, ma la cui storia ha in realtà origine nel 2014 con il romanzo Stazione undici di Emily St. John Mandel.
La vicenda ruota attorno a Kirsten Raymonde (Mackenzie Davis), una donna che vive in un mondo distopico in cui un misterioso virus ha portato al collasso della civiltà umana, decimando la popolazione mondiale. Quando era bambina, Kirsten amava recitare e adorava soprattutto il teatro shakespeariano. Proprio durante una rappresentazione di Re Lear, però, assiste alla morte del suo mentore Arthur Leander, uno delle prime vittime della misteriosa e contagiosissima malattia virale. In quell’occasione, Kirsten viene salvata da Jeevan Chaudhary (Himesh Patel), uno spettatore che diventa suo malgrado il suo guardiano. Venti anni dopo, la protagonista è stata separata da Jeevan è diventata la leader della Traveling Symphony, una compagnia di attori girovaghi che cercano di sopravvivere come possono all’apocalisse, portando arte e musica nei territori più devastati.
Inutile dire che il tempismo con cui questa serie è stata diffusa al pubblico ha davvero qualcosa di inquietante. Le riprese, infatti, sono iniziate ben prima dello scoppio della pandemia da COVID-19 (che ha poi finito per rallentare la lavorazione, portando l’uscita al 2021), quando ancora gli autori e il cast erano completamente ignari di cosa sarebbe successo di lì a poco. Tuttavia, la serie descrive con realismo e attenzione lo scoppio di un evento tragico che cambia drasticamente la vita quotidiana, tra lockdown, carenza di risorse, isolamento e impatto psicologico sui sopravvissuti. Non solo: Station Eleven ci parla della fragilità della civiltà umana, che per quanto avanzata si ritrova del tutto vulnerabile davanti all’inaspettato.
Il dramma della diffusione del virus cambia profondamente anche le relazioni tra le persone e il senso di “famiglia” o “compagnia”. Nessuno dei personaggi, nemmeno la stessa Kirsten, è un eroe; al contrario, tutti cercano a loro modo di sopravvivere in un mondo che è sempre più incerto, trovandosi di fronte a scelte complesse e dalla dubbia moralità. A tenere insieme tutto c’è però il potere dell’arte, del teatro e della musica, che rappresentano la speranza e il collante che potrebbe richiamare i pochi superstiti al senso profondo di essere umani.
Emozionante, ricca di suspense e sorprendentemente reale, questa serie piacerà soprattutto ai fan di titoli come The Last of Us o Fallout. Come le migliori serie sci-fi, non ha paura di lasciare domande irrisolte o di provocare i dubbi dei suoi spettatori: in poche parole, non è soltanto una “semplice” storia di sopravvivenza, ma un racconto che ci invita a riflettere sul presente per comprendere meglio il futuro.
Fonte: Screen Rant
© RIPRODUZIONE RISERVATA