Nel corso della sua lunga storia, il western ha dimostrato più volte di saper cambiare pelle – e non c’entrano solo scalpi e scuoiamenti. Ha attraversato stagioni diversissime, passando dall’epica classica alle riletture più cupe e disilluse, fino a incrociare linguaggi lontani che ne hanno progressivamente allargato i confini. Eppure, anche all’interno di un genere così abituato a trasformarsi, esistono titoli che riescono ancora a imporsi come veri e propri casi a sé. Film che partono da coordinate riconoscibili, quasi rassicuranti, per poi spingersi in una direzione inattesa e sconvolgente. È il caso di un’opera arrivata nelle sale nel 2015 e rimasta impressa nella memoria di molti spettatori per la sua capacità di portare il western in un territorio di brutalità raramente esplorato con una tale radicalità.
Si tratta di Bone Tomahawk, scritto e diretto da S. Craig Zahler, film che unisce la struttura del western più tradizionale a una componente horror feroce e disturbante. L’ambientazione è quella della frontiera di fine Ottocento, in una cittadina apparentemente tranquilla dove la normalità viene infranta all’improvviso da un episodio drammatico: alcuni abitanti vengono rapiti da una tribù misteriosa, isolata nelle zone più ostili e impervie del territorio circostante.
Da qui prende forma la spedizione organizzata per tentare il salvataggio. A guidarla è lo sceriffo Franklin Hunt, interpretato da Kurt Russell, affiancato da un piccolo gruppo di uomini molto diversi tra loro per carattere, esperienza e motivazioni, ma accomunati dalla necessità di affrontare un viaggio che si annuncia fin da subito rischioso e senza garanzie di ritorno. Per una parte consistente della sua durata, Bone Tomahawk procede seguendo coordinate che appartengono pienamente all’immaginario del genere: dialoghi asciutti, tempi dilatati, paesaggi aridi, tensione costruita con pazienza e personaggi definiti più da ciò che fanno che da ciò che dicono. Zahler lavora con precisione sulla progressione narrativa, lasciando che il senso di minaccia cresca lentamente scena dopo scena.
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Quando i protagonisti arrivano nel territorio della tribù, il film cambia pelle in modo netto e abbandona qualsiasi filtro, mostrando una violenza esplicita e brutale, resa ancora più scioccante dall’assenza di compiacimento spettacolare. Le torture e le esecuzioni messe in scena colpiscono non per il gusto dell’eccesso fine a se stesso, ma per il realismo gelido con cui vengono rappresentate. In particolare, una sequenza è diventata col tempo il simbolo stesso della fama estrema del film. Si tratta della brutale uccisione di un prigioniero, mostrata senza ellissi e con una frontalità che ha lasciato il segno, in cui il corpo dell’uomo viene diviso longitudinalmente all’interno di un rituale di violenza devastante. È il momento che più di ogni altro ha contribuito a consacrare Bone Tomahawk come uno dei western più estremi mai realizzati, capace di spezzare in modo definitivo l’immaginario tradizionale del genere e di ridefinirne i limiti.
La critica, nel complesso, ha accolto positivamente l’operazione, premiandone il coraggio, la solidità della regia e la capacità di fondere due linguaggi apparentemente lontani. Allo stesso tempo, molte valutazioni hanno sottolineato quanto la violenza del film possa risultare difficile da sostenere per una parte del pubblico. Anche tra gli spettatori, infatti, la reazione è stata profondamente divisa: da una parte chi lo considera un esempio riuscito e potentissimo di contaminazione tra western e horror, dall’altra chi ne respinge proprio l’estremismo visivo e la durezza di alcune scene.
A distanza di anni, Bone Tomahawk continua così a essere ricordato come un oggetto anomalo e radicale, un film che ha dimostrato come il western possa ancora sorprendere, anche scegliendo di farlo nella maniera più spietata possibile. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto? Se volete recuperarlo, è disponibile in streaming su TimVision.
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