C’è un tipo di scena che non ha bisogno di esplosioni, inseguimenti o colpi di scena urlati per rimanere impressa: basta una voce, un volto e un’idea servita con la calma di chi sa di avere il controllo. Il terzo uomo, capolavoro britannico del 1949 diretto da Carol Reed su sceneggiatura di Graham Greene, è ricordato per l’atmosfera di una Vienna ferita dal dopoguerra, per la fotografia in bianco e nero e per il suo romanticismo amaro. Ma a distanza di 76 anni, a restare davvero insuperabile è un discorso che condensa in pochi minuti tutta l’ambiguità morale del film.
La storia di Il Terzo Uomo
La storia segue Holly Martins (Joseph Cotten), scrittore di romanzi popolari che arriva a Vienna per ritrovare l’amico di sempre, Harry Lime (Orson Welles). Solo che Harry, gli dicono, è morto. Martins non si rassegna, e quando intravede davvero Lime nell’ombra, dall’altra parte della strada, capisce che dietro quella “morte” c’è qualcosa di molto più sporco. È la grammatica del noir: nulla è come sembra, e le verità emergono solo per mostrare fin dove può spingersi l’uomo pur di salvarsi o arricchirsi. Nel caso di Lime, il cuore della vicenda è il mercato nero che prospera in una città in macerie, dove ogni scelta ha un prezzo.
Il momento chiave arriva quando i due si ritrovano su una ruota panoramica. Martins cerca risposte, Lime offre una giustificazione: non si presenta come un mostro, ma come qualcuno che sta semplicemente “capendo” il mondo. È qui che Welles consegna al cinema uno dei monologhi più memorabili di sempre, tanto affascinante quanto cinico, tentando di trasformare il caos e la violenza in una specie di motore creativo. Dice a Martins: «In Italia, per trent’anni e sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù».
I retroscena della battuta
L’idea per il monologo sarebbe arrivata da una conferenza del 1885 di James Abbott McNeill Whistler, pubblicata poi in Ten O’Clock, diventata la scintilla per quella battuta perfetta. Perfetta, però, proprio perché sbagliata: Lime parla per sedurre, non per informare. E infatti, sempre stando a quanto raccontato da Welles, furono alcuni svizzeri a fargli notare l’errore. In This is Orson Welles, di Welles e Peter Bogdanovich, l’attore ha ricordato: «Quando uscì il film, gli svizzeri mi fecero notare molto gentilmente che non hanno mai fatto orologi a cucù – vengono tutti dalla Schwarzwald in Baviera».
Il dettaglio completa il senso della scena: Harry Lime non è un filosofo, è un venditore. La sua eloquenza è un’arma, e la sua sicurezza serve a coprire il vuoto morale. Il terzo uomo è pieno di momenti memorabili, ma quel discorso resta il punto in cui il film svela davvero il suo villain: non solo nelle azioni, ma nel modo in cui prova a renderle “accettabili”. E forse è per questo che, dopo 76 anni, nessuno è ancora riuscito a superarlo.
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