Alcune serie Tv partono subito con l’acceleratore al massimo, scoprendo le loro carte fin dal primo momento per sorprendere lo spettatore e “agganciarlo” immediatamente alla vicenda e ai personaggi. Altre storie, invece, si prendono tutto il tempo necessario a costruire qualcosa di significativo: crescono lentamente e premiano chi sa attendere, lasciando un segno che spesso rimane anche dopo la visione dell’ultimo episodio.
In quest’ultima categoria ricade sicuramente la serie Station Eleven, basata sul romanzo Stazione undici di Emily St. John Mandel e arrivata su HBO Max nel 2021. Di genere drammatico e fantascientifico, è ambientata in un mondo che è stato devastato da una pandemia influenzale che ha portato al collasso delle infrastrutture e della civiltà stessa. Venti anni dopo la diffusione del virus, un gruppo di superstiti cerca di ricostruire le proprie vite. Tra di loro c’è Kirsten Raymonde (Mackenzie Davis), una donna che ha fondato la Traveling Symphony, una compagnia di attori girovaghi che cercano di sopravvivere come possono all’apocalisse, portando arte e musica nei territori più devastati.
Come altre serie di genere distopico, anche Station Eleven inizia con un evento traumatico (la morte di Arthur, il mentore della protagonista, e il salvataggio di quest’ultima da parte del paramedico Jeevan durante uno spettacolo teatrale), per poi proseguire con una serie di episodi dal ritmo lento, che si concentrano più che altro sulla presentazione del mondo e dei personaggi e sulla creazione di un certo tipo di atmosfera. Inoltre, la prima parte della storia potrebbe essere complicata da seguire anche a causa della narrazione frammentata, che potrebbe scoraggiare alcuni spettatori. Infatti, Station Eleven non parla di sopravvivenza in stile The Walking Dead; al contrario, salta continuamente tra il “prima”, il “durante” e il “dopo” gli anni della pandemia, utilizzando i flashback e la non sequenzialità per raccontare il trauma della protagonista e per proporre una riflessione sulla memoria e sull’importanza di tenere vivi l’arte, la letteratura e la cultura, ossia quegli elementi del passato che ci identificano come esseri umani.
Chi si aspetta un thriller post-apocalittico pieno di azione potrebbe quindi rimanere spiazzato e avere addirittura la tentazione di lasciar perdere e cambiare serie. Chi ha la pazienza di aspettare, però, non potrà non rimanere conquistato da Station Eleven, una serie in cui ogni tassello trova il suo posto, e che, episodio dopo episodio, si trasforma in una storia intensa, emozionante e in grado di far riflettere. Man mano che la vicenda prosegue, vengono chiariti sempre di più i collegamenti tra i vari piani temporali e tra i personaggi stessi, che acquisiscono una profondità rara. Il finale è considerato uno dei suoi punti di forza, perché riesce a dare significato a molti elementi introdotti in precedenza rimanendo sempre coerente e senza ricorrere a colpi di scena gratuiti.
Insomma, Station Eleven è una serie che richiede fiducia, ma che saprà ripagare pienamente lo spettatore. Se riuscirete a concederle una possibilità, si rivelerà una delle esperienze televisive più memorabili degli ultimi anni.
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