Diary of a Chambermaid: la borghesia francese sotto la lente di Radu Jude - la recensione del film di chiusura del FiD Marseille 37
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Diary of a Chambermaid: la borghesia francese sotto la lente di Radu Jude – la recensione del film di chiusura del FiD Marseille 37

Dopo il passaggio alla Quinzaine des Cineastes (la prima volta a Cannes del maestro rumeno) neanche due mesi fa, Radu Jude chiude il festival del documentario francese con una "variazione" del romanzo omonimo di Octave Mirbeau.

Diary of a Chambermaid: la borghesia francese sotto la lente di Radu Jude – la recensione del film di chiusura del FiD Marseille 37

Dopo il passaggio alla Quinzaine des Cineastes (la prima volta a Cannes del maestro rumeno) neanche due mesi fa, Radu Jude chiude il festival del documentario francese con una "variazione" del romanzo omonimo di Octave Mirbeau.

Il trend in bilico tra le generazioni Z e Alpha “clock it”, di estrazione queer (più specificatamente dalla cultura ballroom), vuole sintetizzare, col gesto grafico di unione tra pollice e indice, un dettaglio nascosto portato allo scoperto o, perché no, uno smascheramento.

Impossibile pensare che un regista chronically online come Radu Jude abbia inserito incosapevolmente un personaggio di contorno replicare questa tendenza, specialmente in un progetto come Diary of Chambermaid.

Questo primo film in lingua francese del prolifico regista di Kontinental 25, infatti, riprende un testo già adattato da surrealisti del calibro di Jean Renoir e Luis Bunuel, contestualizzandolo in un presente dove le corrispondenze epistolari diventano call su FaceTime dalla medesima gravitas drammaturgica.

Le modifiche non si fermano qui: anche la nazionalità della protagonista, la domestica Gianina (Ana Dumitrascu) subisce un restyling, abbracciando l’etnia rumena e comparendo ancor più come un’intrusa nella famiglia altolocata di Bordeaux da cui trova lavoro.

Ed è qui che riecheggia il “clock it” così “casualmente” immortalato. Radu Jude, lucido osservatore del contemporaneo, individua disforie e contraddizioni in grado di smontare la messa in scena borghese anche nelle conversazioni più nonchalant e, in particolar modo, nella modalità con cui si rapportano all’ubiquità delle immagini della società moderna (l’esilarante scena col pater familias Vincent Macaigne alle prese con immagini di guerra pret a voir su un comodo tablet).

La disamina di Jude si fa ancora più puntuale con gli inserti teatrali, frammenti destinati a trasporre i segmenti del romanzo dominati da una componente sessuale. Qui emerge in maniera più esplicita la necessità del regista di mescolare serio e faceto, alto e basso, nel racconto di un corpo sociale che incarna entrambi questi estremi.

Laddove nel variopinto collage AI di Dracula esplodeva dirompente, la fantasia della sboccatezza, con il bagaglio di immagini e figure allegoriche che si porta appresso, qui viene relegata a intervalli sporadici, possibili solo nell’invenzione teatrale. Nel mondo reale trova spazio solo un accanito riproporsi di tragedie, schema che rispecchia fedelmente la struttura del materiale di partenza, ma al tempo stesso diventa un commento mai così feroce all’inglobamento rumeno in un mai così incolore ecosistema europeo, sempre più pericolosamente destrorso.

Diary of a Chambermaid si unisce quindi alla lunga serie di provocazioni lucidissime del repertorio di Radu Jude, non limitandosi a ridere di comportamenti e tendenze allarmanti, ma per la prima volta guardando anche a sé stesso, autore rumeno dalla comicità non da tutti codificabile, ricoperto di etichette superficiali da un elite cinematografica e critica ormai sempre più distaccata dall’odierno, compresa quella porzione di realtà fruibile da uno schermo verticale su TikTok.

 

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