Gwyneth Palrtrow contrae un virus e muore lasciando sbigottiti gli spettatori e il marito Matt Damon.  Sono i primi dieci minuti di Contagion (e nei primi 15 muore anche un bambino), che trascinano a forza lo spettatore dentro un film (presentato Fuori Concorso a Venezia 68) in cui si empatizza immediatamente con tutti i suoi personaggi e le loro situazioni private, dalle quali si viene catturati senza possibilità di uscirne fino alla fine. E’ quello che succede quando si lascia nelle mani di un autore come Soderbergh un tema che fino a oggi il cinema ha collocato in generi specifici come l’horror La città verrà distrutta all’alba di George Romero o il thriller Virus Letale di Wolfgan Petersen. Contagion è più simile a un serial tv drammatico compresso in due ore, tutto incentrato sulla coralità dei personaggi, davvero molti, i principali interpretati da star. Oltre a Matt Damon c’è Laurence Fishburne, a capo della CDC (Centers for Disease Control and Prevention), che ci dà un punto di vista “governativo” sull’epidemia. C’è Kate Winslet, dottoressa incaricata da Fishburne di indagare sui primi casi di morti in Usa. C’è Marion Cotillard,  che lavora per la World Health Organization e che viene spedita in un villaggio cinese sulle tracce del paziente zero. C’è Jude Law, blogger inascoltato dai grandi media che attacca e accusa l’informazione ufficiale facendo proseliti di lettori. E’ attraverso di loro che assistiamo al diffondersi dell’epidemia in tutto il mondo, mentre titoli in sovraimpressione scandiscono i giorni che passano e il numero degli abitanti delle varie città del pianeta in un countdown che sembra portare verso una inevitabile apocalisse. Eppure il cuore e il coraggio di pochi sarà la salvezza di tutti. Il film è tutto qui ed è “piatto” nel suo svolgimento: a Soderbergh non interessano i complotti – si cerca l’origine del virus fin dall’inizio, ma è semplicemente la casualità che lo sparge nel mondo, senza nessuna dietrologia -, né dare risposte a sottotrame del film che in apparenza  muovevano critiche – alla fine il blogger forse non è quello che tutti credono, o forse sì. Insomma nessun messaggio, a meno che non lo si voglia leggere a tutti i costi come metafora del momento economico che stiamo vivendo, dove un meccanismo finanziario che non ha più anticorpi in grado di  renderlo immune a  prodotti spazzatura che si insinuano come virus, sta ormai agonizzando, ma anche in questo caso è metafora sterile di riflessioni. Contagion è, infine, grande intrattenimento, capace di coinvolgere soprattutto grazie a una messa in scena realistica data da una scrittura credibile, un’ottima  recitazione, una fotografia invisibile al limite del documentaristico e musiche elettroniche poco invadenti, ma in grado di valorizzare assai bene i momenti più drammatici.

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