Non esiste una figura più emblematica della contemporaneità e al contempo bigger than life di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo e il creatore di un impero economico e mediatico senza precedenti. Lo sa bene Alex Gibney, uno dei più grandi documentaristi americani viventi (già autore di opere su Scientology, sulle istituzioni della Chiesa cattolica e sulle politiche USA post 11 settembre), che ha portato a Venezia 83 il suo torrenziale documentario di quattro ore sul più eccessivo e mediatico dei mogul dei nostri tempi.
Megalomane e spregiudicato, Musk non ha voluto partecipare a un progetto che provvede a metterne in fila le manie di grandezza fin dalla giovane età. Il film ne simula l’estetica videoludica e ce lo immerge direttamente in una sorta di sberleffo su larga scala: l’obiettivo è fargli raccontare comunque in prima persona buona parte della sua ideologia attraverso una riproduzione in IA — un vero e proprio “Muskbot” — che ne pronuncia vecchie dichiarazioni. Non potrebbe essere altrimenti con un personaggio così accentratore e dotato di un infuocato carisma comunicativo.
Il doc di Gibney ne ripercorre le gesta tecnologiche fin dai suoi esordi da “wiz kid”, prendendo le mosse dalla fondazione di Zip2 — che forniva guide cittadine online e software di mappatura per i giornali (poi rivenduta a cifre astronomiche) — per poi addentrarsi nelle smodate proporzioni dell’impero aerospaziale di SpaceX e in quello delle automobili elettriche di Tesla.
Contemporaneamente, l’opera ne illumina il lato privato narcisista e manipolatore: dal gaslighting costante ai danni della prima moglie Justine, fino alle accuse dell’ex compagna Ashley St. Clair (la quale, pur di non tacere, ha dichiarato di aver rinunciato a 40 milioni di dollari). Emerge così la fissazione di Musk per la trasmissione dei suoi geni — da lui ritenuti straordinari — a quanti più figli possibile, considerando le donne alla stregua di “fattrici”. Eloquente in tal senso è la dissolvenza incrociata tra il volto di Musk e quello di Kublai Khan, l’imperatore mongolo del XIII secolo dalla prole sterminata, oltre al focus sul padre Errol, mostrato come un’altra figura prevaricatrice nei confronti del genere femminile.
Gibney si interroga sulla maniera sconsiderata con cui Musk è riuscito a mettere insieme le sue fortune, chiedendosi come sia stato possibile permettergli di acquisire così tanto potere e influenza. Il supporto del governo americano alle sue aziende viene fatto risalire già all’era Obama, per poi inoltrarsi nelle connivenze con l’ideologia MAGA di Donald Trump e nel rapporto totalizzante di Musk con i social media, culminato con l’acquisizione di Twitter (poi ribattezzato X). Su questo fronte viene ritratto beffardamente come un “social-dipendente” come tanti, intento a leggere ogni commento e a diffondere flame di ogni tipo pur di rimanere rilevante, con una particolare attenzione al suo ridimensionamento del Covid all’inizio della pandemia.
Non c’è nulla, nel documentario di Gibney, che non fosse già acclarato; non ci sono rivelazioni sconvolgenti o grandi segreti svelati. Il mosaico fluviale che il film restituisce è però il ritratto del volto più rappresentativo di un presente infuocato e impazzito (la Terra viene fatta esplodere nei primi minuti, mettendo subito le cose in chiaro): il simbolo perfetto di quell’enshittification — non a caso tra gli intervistati figura lo stesso Cory Doctorow, coniatore del termine — della sfera mediatica, economica e sociopolitica che sembra ormai aver inghiottito tutto e tutti.
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