13 Hours: 6 mercenari nell'inferno di Benghazi. Michael Bay firma un grande action movie
whatsapp

13 Hours: 6 mercenari nell’inferno di Benghazi. Michael Bay firma un grande action movie

Il film racconta l'assalto a un'ambasciata americana e a un avamposto della CIA da parte di alcuni guerriglieri libici, cui si oppose solo un piccolo gruppo di soldati di una compagnia privata

13 Hours: 6 mercenari nell’inferno di Benghazi. Michael Bay firma un grande action movie

Il film racconta l'assalto a un'ambasciata americana e a un avamposto della CIA da parte di alcuni guerriglieri libici, cui si oppose solo un piccolo gruppo di soldati di una compagnia privata

Fa un certo effetto che a un anno di distanza da un fenomeno commerciale come American Sniper, un film per molti versi simile – bellico, patriottico e familista – come 13 Hours esca in sala nel silenzio più assoluto, ovvero in poche sale e senza promozione (zero attività stampa, zero spot, zero affissioni in molte multisale), e di conseguenza con risultati impalpabili. Dipende certo dalla mancanza di una vera star nel cast e dal pregiudizio negativo che si porta dietro Michael Bay quando non si dedica ai robottoni, ma resta un peccato, perché il film è politicamente più accettabile di quello di Eastwood e non meno appassionante.

Storia corale e quadro di amicizia virile, dove American Sniper era invece la traduzione del delirio patriottico di un uomo, 13 Hours racconta alcuni mesi nella Libia post-Gheddafi di un gruppo di sei contractors, ovvero soldati che fanno capo a compagnie private – in pratica mercenari. Solo che questi non sono assassini tatuati con una cicatrice in faccia come da immaginario popolare, ma dentisti o carpentieri schiantati dalla crisi economica, che si sono addestrati per anni come secondo lavoro all’uso delle tecniche militari.
La Libia, dopo il 20 ottobre 2011 e la fine della prima parte della guerra civile, è una specie di territorio franco in balia di guerriglie tra gruppi filo e anti-occidentali: le ambasciate hanno chiuso, la zona è demilitarizzata e resta solo un piccolo avamposto americano a Benghazi, ovvero un edificio di rappresentanza e una base segreta della CIA, nascosta a due passi da un mattatoio.

In questa situazione è ovviamente impossibile ridurre tutto a uno scontro di civiltà, perché fino a che non mettono mano al grilletto le fazioni dei locali sono letteralmente indistinguibili, e molti passano da una parte all’altra anche nel corso della storia.

Il film descrive allora principalmente una situazione di spaesamento, quando in seguito alla visita di un ambasciatore americano una banda armata assalta i due complessi USA, su cui vigilano solo i sei protagonisti. Seguono tredici ore di battaglie e appostamenti notturni, dove più di metà del lavoro è capire cosa stia succedendo, e il resto è ammazzare. Questo spaesamento Bay lo mette in scena alla perfezione, e quello che si dice spesso dei film di presidio e assedio – cioè che assomigliano a un horror – qui è vero il doppio, perché molto prima del corpo a corpo o dello scontro a fuoco, il problema dei protagonisti è “leggere” il territorio e chi lo abita, e la morte si presenta incomprensibile, aliena.

In una delle scene cardine Jack Silva (John Krasinski), il contractor con due figlie e una moglie incinta, aspetta di affrontare l’assalto più terribile ripetendo “Rischio di morire lontano dalla mia famiglia, in un posto che non significa niente, per una battaglia di cui non capisco le ragioni”. E, aggiungiamo, per proteggere uomini – gli agenti della CIA – che lo disprezzano.
Questo isolamento geografico ed emotivo, in cui i libici non sono musulmani o atei o cristiani, ma solo “buoni” o “cattivi” a seconda della direzione in cui sparano, evita la scorciatoia reazionaria del conflitto culturale e riduce tutti i corpi a strumenti di posizione. L’unico valore in mezzo al caos è nelle relazioni umane, nella prossimità, nella fiducia professionale, nei ricordi. E quando un altro dei soldati del gruppo, poco dopo, proclama con gli occhi vitrei “Però ci siamo divertiti” di fronte a una spianata di cadaveri che sta per crescere, crolla l’ultima possibilità di senso.

In questa voglia di raccontare la guerra deideologizzandola, come questione tecnica e miseria umana, come forma di efficienza e di depressione, ci sono già tutte le buone ragioni di un film che riesce, miracolosamente, perfino a non rendere ridicolo il machismo, e che ha le migliori sequenze action del cinema americano degli ultimi mesi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA