27 anni dopo, i fan considerano ancora questa serie live-action la peggiore trasposizione di un fumetto mai realizzata
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27 anni dopo, i fan considerano ancora questa serie live-action la peggiore trasposizione di un fumetto mai realizzata

Un esperimento ambizioso nato troppo presto, travolto da effetti speciali scadenti, scrittura confusa e una visione che il pubblico non era ancora pronto ad accogliere

27 anni dopo, i fan considerano ancora questa serie live-action la peggiore trasposizione di un fumetto mai realizzata

Un esperimento ambizioso nato troppo presto, travolto da effetti speciali scadenti, scrittura confusa e una visione che il pubblico non era ancora pronto ad accogliere

Poster della serie NightMan

Negli anni ’90 il piccolo schermo vive una stagione di esperimenti curiosi, a metà tra ingenuità e ambizione. La televisione non dispone ancora degli effetti digitali che oggi rendono possibile qualsiasi universo cinematografico, ma prova comunque a inseguire il linguaggio dei fumetti. È in questo contesto che nasce Night Man, serie andata in onda tra il 1997 e il 1999 e oggi ricordata – più per i suoi difetti che per i suoi meriti – come una delle peggiori trasposizioni di un fumetto mai realizzate.

Basata su un personaggio creato nel 1993 da Steve Englehart e Rick Hoberg per la casa editrice Malibu Comics, poi acquistata da Marvel, Night Man avrebbe dovuto rappresentare il primo passo verso un nuovo universo supereroistico in televisione. Il protagonista, Johnny Domino, è un sassofonista che dopo un incidente sviluppa la capacità di percepire il male e decide di combatterlo. Un’idea intrigante sulla carta, ma destinata a naufragare sullo schermo. Quando il produttore Glen A. Larson – già dietro successi come Knight Rider e Magnum P.I. – ne cura l’adattamento, il tono cambia completamente: Domino non è più un antieroe oscuro, ma un musicista colpito da un fulmine che ottiene poteri grazie a un’armatura tecnologica. Il risultato è un ibrido tra Iron Man, RoboCop e una soap opera pomeridiana, privo di tensione e identità.

A penalizzare la serie non è solo la trama confusa, ma l’intera confezione. Night Man nasce in syndication, cioè venduta a singole emittenti locali, con un budget minimo e tempi di produzione strettissimi. Gli effetti speciali sembrano usciti da un videogioco degli anni ’80, la fotografia è piatta, la recitazione quasi amatoriale. La regia ignora le regole base del montaggio e della messa in scena, tanto che anche un occhio inesperto percepisce una costante dissonanza tra immagini e suoni. Le scene d’azione mancano di ritmo, i combattimenti sembrano coreografati in fretta e la recitazione di Matt McColm, modello e stuntman prestato alla recitazione, non aiuta.

Ma il vero problema di Night Man è la sua totale mancanza di coerenza. Personaggi che dimenticano eventi dell’episodio precedente, sottotrame interrotte, toni che cambiano da drammatici a comici senza logica. Persino il lutto per la morte del padre del protagonista, presentato come un punto di svolta, scompare nel giro di pochi minuti e non viene più menzionato. Ogni episodio sembra girato in un universo parallelo, dove la continuity è un’opinione.

Eppure, a modo suo, Night Man è un documento prezioso. Racconta un’epoca in cui il linguaggio dei fumetti non aveva ancora trovato la sua grammatica audiovisiva, quando i supereroi erano confinati a produzioni minori e i grandi studios consideravano i comics materiale di serie B. Prima che X-Men (2000) o Spider-Man (2002) dimostrassero la forza del genere, Night Man era il sintomo di un’industria che voleva cavalcare la moda senza comprenderla davvero.

Rivederla oggi è come sfogliare un vecchio album di famiglia: si ride, si prova imbarazzo, ma si riconoscono le radici di un’evoluzione. Gli errori di Night Man hanno contribuito, involontariamente, a insegnare cosa non fare: che un supereroe non funziona senza una visione chiara, che l’ironia va dosata, che il pubblico è disposto a sospendere l’incredulità solo se la storia ne vale la pena.

Forse è per questo che, a quasi trent’anni di distanza, la serie conserva un certo fascino da “so bad it’s good”. È un fallimento pieno di buone intenzioni, una reliquia di un tempo in cui la televisione cercava ancora di capire come dare corpo all’immaginario dei fumetti. Un piccolo disastro televisivo, sì, ma anche una tappa inevitabile nella lunga strada che avrebbe portato i supereroi a conquistare il mondo.

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Fonte: CBR

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