A metà degli anni Novanta, nel pieno di uno dei periodi più turbolenti e creativi della Marvel, Wolverine stava attraversando una trasformazione che avrebbe potuto cambiare per sempre il modo di raccontare il personaggio. Era un’epoca di grandi scosse editoriali, di esperimenti audaci e di status quo messi radicalmente in discussione. Eppure, proprio quando Logan sembrava pronto a imboccare una strada narrativa nuova e rischiosa, la Casa delle Idee decise di fare marcia indietro, archiviando in fretta una delle intuizioni più interessanti della sua storia.
Il punto di svolta arrivò con la rimozione dello scheletro di adamantio, evento che segnò profondamente Wolverine. Privato dell’elemento che lo aveva reso quasi invincibile, Logan divenne più vulnerabile, ma anche più imprevedibile. Nacque così l’era degli artigli d’osso, oggi considerata da molti una delle fasi più riuscite del personaggio. A guidarla c’era Larry Hama, autore che aveva già dimostrato di comprendere a fondo la complessità di Wolverine e che sfruttò questo reset per esplorarne le fragilità e i conflitti interiori.
Tra i numeri 91 e 99 di Wolverine vol. 2, Hama introdusse un’idea destinata a far discutere: l’adamantio non aveva solo rinforzato Logan, ma aveva anche bloccato una mutazione più profonda, una regressione verso una natura ferale e animalesca. Senza quel freno, Wolverine era destinato a diventare la creatura che aveva sempre temuto. La rivelazione trovò il suo culmine nel numero 100, quando Logan, invece di riaccettare l’adamantio, lo espulse dal proprio corpo per salvare Cannonball, abbracciando definitivamente la trasformazione.
Il cambiamento non era solo concettuale, ma anche fisico e comportamentale. Wolverine appariva più selvaggio, con tratti del volto alterati, artigli più irregolari e un atteggiamento quasi muto, dominato dall’istinto. Era un’evoluzione coerente con il suo eterno conflitto interiore, ma portata alle estreme conseguenze. Un terreno narrativo ricchissimo, che prometteva uno sviluppo lungo e stratificato.
E invece, dopo pochissimi numeri, la Marvel decise di annullare tutto. Logan tornò rapidamente a una condizione quasi normale, arrivando persino a usare un image inducer per apparire come prima. L’arco della mutazione ferale venne chiuso in meno di un anno, e Larry Hama lasciò la serie poco dopo. Una scelta che, col senno di poi, appare dettata più da timori commerciali che da esigenze creative: Wolverine era al centro del successo mediatico degli X-Men, anche grazie alla serie animata, e presentarlo in una versione troppo distante da quella televisiva poteva spiazzare i nuovi lettori.
Così, quella che avrebbe potuto essere una delle reinvenzioni più coraggiose del personaggio rimase un’occasione mancata. Un capitolo breve ma significativo, che ancora oggi viene ricordato come il momento in cui la Marvel ebbe tra le mani un Wolverine radicalmente nuovo, ma non ebbe il coraggio di seguirlo fino in fondo.
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