Per anni, a fronte di un’oggettiva penuria di rappresentazioni live-action, gli appassionati del genere cyberpunk hanno trovato le maggiori soddisfazioni grazie al mondo dell’animazione, rivelatasi il terreno ideale per esplorarne estetica e tematiche.
Se le produzioni animate possono quindi vantare un gran numero di influenti opere cyberpunk, vale tuttavia la pena notare che ci dimentichiamo troppo spesso di quella che è a tutti gli effetti una delle più importanti rappresentazioni del genere in salsa live-action, la quale è riuscita nell’impresa di unire il meglio di capisaldi del genere come Ghost in the Shell e Blade Runner.
Arrivata nel 2018 su Netflix, Altered Carbon è basata sull’omonimo romanzo di Richard K. Morgan, e si è sviluppata lungo due stagioni per un totale di 18 episodi. La serie ha al suo centro Takeshi Kovacs, interpretato prima da Joel Kinnaman e poi da Anthony Mackie. Elemento, quest’ultimo, che trova la propria ragion d’essere proprio grazie alle peculiari e suggestive regole dell’universo narrativo in cui si svolge la storia.
Nel mondo di Altered Carbon, infatti, la coscienza umana può essere conservata all’interno di una “pila corticale”, un dispositivo a forma di disco che può essere trasferito in diversi corpi, chiamati “custodie”. La morte, di conseguenza, non rappresenta necessariamente la fine, e il corpo smette di essere una componente imprescindibile dell’identità.
Kovacs, un tempo membro del gruppo ribelle degli Spedi, viene riportato in vita dopo 250 anni su richiesta del ricchissimo Laurens Bancroft (James Purefoy), uno dei Mat, ricchissimi membri dell’élite sociale nonché gli unici a potersi permettere infinite custodie e backup delle proprie coscienze, cosa che li rende virtualmente immortali, quasi degli Dei con un nutrito seguito di “credenti”. Bancroft è stato assassinato, ma il suo backup satellitare gli ha permesso di tornare in vita, e ora vuole che Kovacs scopra chi lo ha ucciso.
Dietro l’affascinante premessa fantascientifica, la serie sviluppa così una riflessione su identità, moralità e disuguaglianza sociale. I Mat vivono in giganteschi edifici che si spingono fin sopra le nuvole per sfuggire allo smog della città e possiedono risorse sufficienti per trasferire continuamente la propria coscienza in corpi clonati, mentre le persone comuni affrontano una realtà molto più precaria sulla superficie.
Rappresentare una simile complessità tematica e visiva in live-action rappresentava chiaramente una scommessa enorme, dal momento che le produzioni a tema cyberpunk richiedono infatti ambientazioni profondamente elaborate, effetti visivi e CGI, con costi produttivi decisamente superiori alla media. Tuttavia, Netflix decise di correre il rischio.
La prima stagione fu apprezzata per la spettacolare componente visiva, l’atmosfera noir e pulp e la capacità di fondere azione e riflessione filosofiche. La seconda stagione tentò quindi di rilanciare la storia, introducendo anche Anthony Mackie al posto di Joel Kinnaman nei panni di Kovacs. Sulla carta, la scelta rappresentava uno degli aspetti più interessanti della serie. Cambiare interprete senza cambiare personaggio era perfettamente coerente con quanto stabilito nella prima stagione.
Il risultato, tuttavia, non riuscì a replicare l’impatto di quest’ultima. La versione di Kovacs interpretata da Mackie presentava caratteristiche differenti, mentre alcuni cambiamenti dietro le quinte modificarono anche l’atmosfera della serie, allontanandola progressivamente dall’estetica neon e dal noir pulp che avevano caratterizzato il debutto.
Altered Carbon si concluse così dopo appena due stagioni, arrivando ad una conclusione forse prematura, ma che non scalfì il grande impatto del suo lascito. Forse, con le stesse condizioni produttive e di scrittura della prima stagione, avrebbe potuto diventare un vero classico. Ad ogni modo, è innegabile come ad oggi rappresenti uno degli esempi più ambiziosi di ciò che il cyberpunk può offrire sul piccolo schermo.
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Foto: Paramount Pictures / Warner Bros. Entertainment
Fonte: Collider
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