Manoel Cândido Pinto de Oliveira era nato a Porto l’11 dicembre 1908 e a dispetto dei suoi 106 anni era da sempre considerato il più grande regista che il Portogallo abbia mai avuto. Infaticabile, nonostante la veneranda età, girava quasi un film all’anno, perché aveva detto: «La nostra massima ambizione è morire facendo film». Nato da una ricca famiglia di industriali, dopo gli studi e l’adolescenza trascorsa da appassionato sportivo e automobilista, negli anni Trenta aveva cominciato a girare i primi documentari come Faina Fluvial (1931) fino ad Acto de primavera (1963).
Refrattario al regime salazarista, negli anni Quaranta e fino ai primi Cinquanta si occupò di viticultura e dell’azienda del padre. Nel 1955 andò all’AGFA, in Germania, a studiare l’uso del colore. La scomparsa di Salazar dalla scena gli consentì di tornare in patria, dove ebbe inizio una nuova fioritura creativa.
I differenti ingredienti che componevano il suo modo di fare cinema lo avevano fatto accostare a Murnau, Eisenstein e Griffith. Il cinema di de Oliveira era difficile, mai immediato, ma non contorto o sterile e dotato di un’ironia spesso grottesca. Tra i suoi film più importanti c’è il capolavoro Francisca (1981), ultimo atto di una tetralogia composta da Passato e presente (1971), Benilde e la vergine madre (1974) e Amore di perdizione (1978).
Tra i suoi film più noti, ma recenti, ricordiamo anche Conversazione privata (1982), La divina commedia (1991), Parola e utopia (2000), Un film parlato (2003) e Belle toujours (2006). Il suo ultimo film s’intitola La chiesa del diavolo ed è del 2014.
© RIPRODUZIONE RISERVATA