Nel mondo del cinema, il tempo può essere un giudice più equo della critica immediata. Alcuni film, accolti tiepidamente o addirittura stroncati al momento dell’uscita, finiscono per rivelare qualità nascoste solo anni dopo, quando le aspettative si sono placate e il contesto è cambiato. È il caso di un ambizioso sci-fi bellico uscito nel 2011, che all’epoca venne rapidamente dimenticato e persino deriso da molti recensori, ma che oggi, rivisto con occhi nuovi, appare sotto una luce sorprendentemente diversa.
Stiamo parlando di Battle: Los Angeles, diretto da Jonathan Liebesman. Un film che, al momento del debutto, subì attacchi feroci, come quello memorabile di Roger Ebert, che lo bollò come “brutto e stupido”. Con una media critica del 37% su Rotten Tomatoes e un’accoglienza pubblica poco più calorosa, Battle: Los Angeles sembrava destinato all’oblio. Eppure, a distanza di quattordici anni, l’impressione è ben diversa: il film, con tutti i suoi difetti, si rivela molto più riuscito di quanto si ricordasse.
Realizzato con un budget relativamente contenuto di 70 milioni di dollari, il film riuscì comunque a incassare oltre 200 milioni in tutto il mondo, segno che una parte del pubblico ne apprezzò l’approccio energico e diretto. Ma il vero valore di Battle: Los Angeles si coglie solo oggi, in un panorama cinematografico sempre più dominato da franchise preconfezionati e reboot prevedibili. Riguardarlo permette di riscoprire un’opera che, pur imperfetta, osa rischiare, proponendo una visione diversa e meno patinata dell’invasione aliena.
A differenza di altri titoli di fantascienza più spettacolari o filosofici, qui l’invasione extraterrestre è raccontata dal punto di vista dei soldati semplici, gettati nel caos urbano di Los Angeles con uno stile sporco, adrenalinico, quasi documentaristico. Liebesman opta per una regia a mano libera, nervosa, che trasporta lo spettatore direttamente nel cuore del conflitto. La struttura narrativa spezza gli schemi classici, privilegiando un flusso continuo di azione e tensione che rende l’esperienza quasi viscerale.
Accanto a questo approccio registico audace, troviamo una squadra tecnica solida: la fotografia di Lukas Ettlin (Black Sails), il montaggio serrato di Christian Wagner (The Suicide Squad), e le musiche di Brian Tyler, compositore poi salito alla ribalta grazie a blockbuster come Avengers: Age of Ultron. Tutti elementi che contribuiscono a dare al film una forza brutale e sincera.
Uno degli aspetti più interessanti di Battle: Los Angeles è il modo in cui piega i cliché del cinema bellico a favore della fantascienza. Pur richiamando l’immaginario di film come Salvando il soldato Ryan, riesce a innestare nella narrazione una tensione nuova: quella di affrontare un nemico letteralmente disumano, senza mai perdere il contatto con l’umanità dei protagonisti. Aaron Eckhart, Michelle Rodriguez, Michael Peña e Bridget Moynahan interpretano personaggi forse archetipici, ma mai caricaturali, riuscendo a trasmettere credibilità anche nelle situazioni più estreme.
Riguardato oggi, questo sci-fi colpisce per il suo ritmo incalzante, la rappresentazione cruda del conflitto e l’inaspettata cura nella costruzione emotiva dei personaggi. Non è solo una questione di sparatorie ed esplosioni: c’è spazio per la paura, per il dubbio, per quei momenti di silenzio che rivelano quanto fragile sia la determinazione umana di fronte a una minaccia inimmaginabile.
Sebbene alcuni difetti rimangano evidenti – dalla ripetitività di certe dinamiche alla semplicità dei dialoghi – Battle: Los Angeles si dimostra oggi un’opera molto più coraggiosa e apprezzabile di quanto la memoria collettiva le riconosca. In un’epoca in cui l’originalità è merce sempre più rara, il film appare come un raro esempio di cinema di genere che osa sporcarsi le mani, immergendosi nell’azione senza perdere di vista il lato umano della storia.
Chi l’aveva archiviato come un semplice esercizio muscolare potrebbe rimanere sorpreso: Battle: Los Angeles non è solo uno sci-fi rumoroso e frenetico, ma un racconto di sopravvivenza che, pur tra alti e bassi, riesce ancora oggi a trasmettere energia, pathos e un sincero senso di eroismo. Vale davvero la pena concedergli una seconda possibilità.
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Fonte: CBR
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