A distanza di 15 anni, la nuova serie di Harry Potter deve affrontare una sfida quasi impossibile
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A distanza di 15 anni, la nuova serie di Harry Potter deve affrontare una sfida quasi impossibile

Quindici anni dopo la conclusione della saga cinematografica, il nuovo adattamento parte con aspettative altissime e un ostacolo tutt’altro che semplice

A distanza di 15 anni, la nuova serie di Harry Potter deve affrontare una sfida quasi impossibile

Quindici anni dopo la conclusione della saga cinematografica, il nuovo adattamento parte con aspettative altissime e un ostacolo tutt’altro che semplice

Sono trascorsi quindici anni dall’uscita di Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2, il film che nel 2011 concluse una delle saghe cinematografiche più amate e redditizie di sempre. Ora che HBO si prepara a raccontare nuovamente l’intera storia attraverso una serie televisiva, il nuovo adattamento dovrà affrontare una sfida quasi impossibile: confrontarsi con otto film che, pur attraversando inevitabili cambiamenti, non hanno mai realmente deluso il pubblico.

La saga cinematografica prese il via nel 2001 con Harry Potter e la Pietra Filosofale, diretto da Chris Columbus. Il film introdusse gli spettatori al giovane Harry, un bambino apparentemente normale che scopre di essere un mago e viene invitato a frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. I sette romanzi di J.K. Rowling furono adattati in otto lungometraggi, con l’ultimo volume diviso in due parti. Il capitolo conclusivo portò sul grande schermo la battaglia definitiva contro Lord Voldemort, riunendo studenti e professori di Hogwarts per lo scontro destinato a decidere il futuro del mondo magico.

I Doni della Morte – Parte 2 arrivò nelle sale il 15 luglio 2011, esattamente dieci anni dopo l’inizio del percorso cinematografico. Nel frattempo, il pubblico aveva visto crescere non soltanto Harry, Ron e Hermione, ma anche Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson, diventati adulti insieme ai personaggi che interpretavano.

Proprio questo legame costruito nel corso di un decennio contribuì a rendere il finale così coinvolgente. Gli spettatori non stavano semplicemente salutando una storia, ma concludevano un viaggio iniziato molti anni prima e vissuto insieme a un cast ormai indissolubilmente legato all’immaginario della saga. Il film conclusivo fu anche un enorme successo commerciale. Incassò oltre 1,3 miliardi di dollari in tutto il mondo e stabilì diversi record al botteghino. Ottenne inoltre tre candidature agli Oscar e venne inserito dal National Board of Review tra i migliori film del 2011. Fu il coronamento di un percorso cinematografico sorprendentemente costante: la saga attraversò dieci anni, quattro registi e numerosi cambiamenti stilistici senza mai perdere completamente la propria identità.

Chris Columbus diresse i primi due capitoli, costruendo un’atmosfera fiabesca e accogliente e accompagnando con grande attenzione i giovanissimi protagonisti. Alfonso Cuarón prese poi le redini con Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, imprimendo alla saga una svolta visiva e narrativa più matura.

Mike Newell firmò il quarto film, mentre David Yates diresse gli ultimi quattro capitoli, guidando progressivamente la storia verso toni più cupi e drammatici. Non tutti i film ottennero lo stesso entusiasmo, ma nessuno degli otto capitoli venne percepito come un vero fallimento.

Soltanto due titoli scesero sotto l’80% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, mentre I Doni della Morte – Parte 2 raggiunse il 96%. Anche le valutazioni del pubblico rimasero costantemente elevate, dimostrando quanto la saga fosse riuscita a mantenere un rapporto solido con gli spettatori fino alla conclusione.

Complessivamente, sei degli otto film ricevettero candidature agli Oscar, per un totale di dodici nomination. Pur senza vincere alcuna statuetta, la saga riuscì comunque a imporsi come uno dei franchise fantasy più importanti della storia del cinema, incassando circa 7,7 miliardi di dollari nel mondo.

È proprio questa continuità a rendere particolarmente difficile il compito della nuova serie. Il reboot avrà certamente un grande vantaggio rispetto ai film: il formato televisivo consentirà di dedicare più spazio alle trame, ai personaggi e ai dettagli dei libri che il cinema era stato costretto a sacrificare per ragioni di durata.

La serie potrà approfondire maggiormente il ruolo di Neville Paciock, la condizione degli elfi domestici e le storie familiari di personaggi come Albus Silente, Severus Piton e gli stessi genitori di Harry. Potrà inoltre recuperare sottotrame, ambientazioni e momenti della vita quotidiana a Hogwarts rimasti soltanto accennati negli adattamenti precedenti.

Una maggiore fedeltà ai romanzi, però, non garantirà automaticamente un risultato migliore. Il successo dei film non dipendeva soltanto dalla storia raccontata, ma anche dalla chimica del cast, dall’atmosfera costruita nel corso degli anni e dal legame affettivo sviluppato dal pubblico con gli interpreti.

Daniel Radcliffe ha spiegato di non voler aumentare la pressione sui giovani attori chiamati a raccogliere l’eredità di Harry, Ron e Hermione. Le comparazioni, tuttavia, saranno inevitabili. Ogni scelta del nuovo trio verrà messa a confronto con le interpretazioni di Radcliffe, Grint e Watson, diventate ormai parte dell’immaginario collettivo. Lo stesso problema riguarderà il cast adulto. Paapa Essiedu dovrà confrontarsi con l’interpretazione di Alan Rickman nei panni di Severus Piton, mentre John Lithgow, Nick Frost e Janet McTeer raccoglieranno rispettivamente l’eredità degli attori che hanno interpretato Albus Silente, Rubeus Hagrid e Minerva McGranitt.

Non è una questione di talento. Il vero ostacolo è che i nuovi interpreti dovranno dare un volto diverso a personaggi che, per milioni di spettatori, possiedono già una voce, una gestualità e un’identità ben precise. Anche una lettura originale e convincente rischierà quindi di essere giudicata soprattutto attraverso il confronto con il passato.

La serie dovrà inoltre ricreare un mondo che i film hanno reso immediatamente riconoscibile. Hogwarts, Diagon Alley, il Ministero della Magia e persino le musiche di John Williams sono ormai elementi inseparabili dall’identità visiva e sonora di Harry Potter. Allontanarsi troppo da quell’immaginario potrebbe deludere i fan, mentre riprodurlo fedelmente rischierebbe di trasformare il reboot in una semplice imitazione. La vera sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra familiarità e novità.

A distanza di quindici anni, la nuova serie parte quindi con un vantaggio e un problema strettamente collegati: potrà raccontare molto più materiale, ma dovrà farlo all’ombra di una saga che ha accompagnato un’intera generazione senza mai subire un vero crollo qualitativo. Essere più fedele ai libri potrebbe non bastare. Per conquistare nuovamente il pubblico, il reboot dovrà riuscire a creare con i suoi personaggi e con il mondo magico un legame intenso quanto quello costruito dai film originali.

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