Giacomo Bevilacqua, classe ’83, fumettista. Se non conoscete lui probabilmente conoscerete Panda, la sua creatura, protagonista delle strisce pubblicate per oltre cinque anni su Internet, e basate sulla formula fissa “A Panda piace”, interpretata ogni volta in chiave surreale, spesso metanarrativa, restando in equilibrio tra esperienza quotidiana e puro sfogo immaginifico. Strisce poi raccolte e ripensate in un nuovo formato, seriale: A Panda piace… l’avventura, edito da Panini Comics e giunto oramai al quinto volume. Dalla comicità più rapida e istintiva dei social network a un umorismo sottile che parla a un pubblico più adulto: un fumetto che si è evoluto come il suo autore, che pure è rimasto sempre con i piedi per terra.

Nel primo numero di A Panda piace… l’avventura si festeggiano i primi sei anni di questo personaggio. Com’è cambiato nel tempo?
«In realtà in sei anni la cosa più importante che è cambiata sono io. Che poi è, sotto un certo punto di vista, anche la cosa fondamentale. Se uno non cambia, se non si mette in discussione, crea sempre la stessa cosa. Sulla carta ho provato a fare in modo che Panda cambiasse. E questo perché anche il lettore medio è cambiato: se sei anni fa chi ha iniziato a leggere Panda aveva 11 anni, ora ne ha 17, e quindi vuole qualcosa di più maturo. È questo che sto cercando di fare con l’“Avventura”. L’espediente comico c’è sempre, però voglio provare a raccontare qualcosa di più serio».

Contrariamente alla tradizione italiana, Panda ricorda un po’, per tempi e temi, un manga.
«Ho iniziato a lavorare su John Doe, di Eura Editoriale. Sono cresciuto professionalmente con il fumetto italiano. Ma mi ha sempre affascinato e ho sempre letto con piacere la narrazione manga. Riesce a trasmettere un ritmo molto particolare, che ho provato a riprendere – così come il look – trasferendolo in un formato italiano. Per me l’esperimento è riuscito. Panda è qualcosa di diverso. E anche se rappresenta un punto di arrivo, un tentativo di mischiare le mie esperienze, non ho intenzione di fermarmi. Ho in mente altri esperimenti». […]

 

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