Se incontri Roland Emmerich – tedesco, classe 1955 e un talento teutonico per governare le gigantesche macchine produttive delle Major – la prima domanda che ti viene in mente è “perché?”. Perché un uomo in grado di radere al suolo le più iconiche città americane almeno quattro volte (Godzilla, The Day After Tomorrow, 2012, oltre a Independence Day) e di trasformare le macerie in una forma d’arte, ha aspettato vent’anni per dare un seguito al suo film più fortunato? «Ci è voluto un bel po’ perché riuscissi a mettere la testa su come fare questo film, anche perché in generale io sono contrario ai sequel. Sto diventando un po’ più vecchio, come Jeff (Goldblum, ndr), e mi sono improvvisamente reso conto che era diventata una questione generazionale. Ovvero: perché non usare questi vent’anni per raccontare una generazione cresciuta nel mito della guerra con gli alieni del ’96, una generazione che ne ha sentito parlare costantemente e composta da moltissimi orfani? E come si comporterebbero questi ragazzi se gli alieni tornassero?».
Possiamo dire che c’è anche un po’ di politica nei tuoi film, o sarebbe eccessivo?
«Ogni volta che faccio un film mi chiedo: cos’è che mi permetterà di connettermi davvero col pubblico? Come posso fare per intrattenere ma dire anche qualcosa del mondo in cui viviamo? Ogni mattina quando leggo i giornali mi rendo conto di quanto il mondo sia disunito in termini politici e religiosi, e la cosa interessante di questo film è proprio che racconta di giovani cresciuti in un mondo unito, perché attaccato da una minaccia esterna».
Tra l’altro mentre nel primo film il presidente era un uomo, lo interpretava Bill Pullman, ora è una donna, Sela Ward. Secondo te, avremo una presidente donna anche nella realtà?
«Beh, non è un segreto che io abbia organizzato due eventi di raccolta fondi per la sua campagna (si riferisce a Hillary Clinton, ndr), sono un suo sostenitore. Tra l’altro i miei film sono ottimi profeti: in 2012 il presidente era un uomo di colore».
Hai scelto Liam Hemsworth dopo averlo visto nella saga di Hunger Games?
«Anche. Però lì interpretava un personaggio pensieroso, tendenzialmente calmo, qui invece invece fa il saputello, uno a cui piacciono gli scherzi e che non prende niente troppo sul serio».
Perché di solito nei film di fantascienza gli alieni sono quasi sempre ostili?
«Guarda, a Hollywood siamo molto veloci a creare stereotipi razziali, e finisce sempre che qualcuno ne resta colpito negativamente, quindi utilizzare gli alieni è molto rilassante per me, perché sono sicuro che non sto offendendo nessuno, nemmeno involontariamente… Penso sia anche la ragione del successo del primo film: chiunque poteva empatizzare con i protagonisti, sentirsi dalla stessa parte».
Leggi l’intervista completa su Best Movie di agosto, in edicola dal 29 luglio
Foto © 20th Century Fox
© RIPRODUZIONE RISERVATA