Ci perdonerà Olivia Wilde se prendiamo in prestito le sue parole di cordoglio, postate su Twitter, per la morte, ieri 27 ottobre, di uno dei più grandi e influenti musicisti del secolo scorso. Stroncato da una malattia al fegato, al quale non è riuscito a sfuggire neanche con un trapianto di quell’organo che l’aveva abbandonato dopo decenni di stress, ci ha lasciato Lewis Allan “Lou” Reed, fondatore (insieme a John Cale) dei Velvet Underground, poi straordinario sperimentatore solista, infine poeta, compositore di musica ambient, autore di spoken word, perfino attore, fotografo e scrittore. Una figura eclettica e difficile da decifrare, innamorato della sua voce piatta, stonata e assolutamente inimitabile, capace di produrre dischi di rumore bianco come di suonare di fronte a Giovanni Paolo II nel 2000, in occasione del Giubileo a Roma; una figura che ha segnato la storia della musica ben al di là dei suoi (scarsi, almeno all’inizio) successi commerciali: il primo album dei Velvet Underground, band protégé di Andy Warhol e ospite fissa della sua Factory, non superò le 30.000 copie vendute, eppure un altro genio della musica contemporanea come Brian Eno sostenne che «ciascuna di queste 30.000 persone ha fondato una band».

Non è mai stato un musicista facile da comprendere, Reed, tanto che nessuna leggenda si porta dietro quanto lui un coro di «sì, però a me non piace». Non è stato amato con i Velvet Underground, che dietro all’aura pop (“Sunday Morning”) hanno sempre nascosto un disturbo sotterraneo fatto di rumori e droghe (“Venus in Furs”), persino un certo gusto cinematografico nel raccontare storie orribili (“The Gift”), respingendo la maggior parte degli ascoltatori casuali con un’immagine da maledetto che ne rifletteva senza distorsioni la personalità (bisessuale, edonista fino all’eccesso, Reed subì per anni sedute di elettroshock che avrebbero dovuto i). Né da solista: «Nessuno dovrebbe [scrivere un disco come Metal Machine Music] e sopravvivere» commentò dopo aver pubblicato il doppio, mostruoso esperimento rumoristico intitolato, appunto, Metal Machine Music, che vi facciamo ascoltare in fondo al pezzo. Per (ab)usare una formula ben nota, Reed fu un artista a tutto tondo che riuscì a farsi amare e odiare in egual misura, che distrusse se stesso a suon di droghe e che lasciò il suo segno anche nel mondo del cinema: produsse e interpretò il film di Paul Simon One Trick Pony, comparve al fianco di Madonna e Harvey Keitel in Blue in the Face, la sua prima collaborazione con Wayne Wang e Paul Auster, e bissò l’esperienza qualche anno dopo con Lulu on the Bridge, nel quale interpretava il personaggio di, guarda un po’, Not Lou Reed. Che l’influenza di Lou Reed si estenda anche al di là del mondo musicale lo dimostrano alcuni tweet di cordoglio che sono seguiti all’annuncio della sua scomparsa: Judd Apatow

Lena Dunham

… colleghi a metà tra musica e cinema come Iggy Pop

… e persino un’insospettabile come Miley Cyrus:

© RIPRODUZIONE RISERVATA