Quantificare la percentuale di “divismo” di una star è pressoché impossibile, anche se spesso ci sono segnali inequivocabili. Come l’entourage che circonda il divo in questione ad ogni passo, il fermento che crea all’interno dell’hotel dove è ospitato o la folla di fan e paparazzi appostati dietro alle porte e pronti a immortalarlo o a chiedere un selfie con lui. Tutto questo succede quando si ha la fortuna di chiacchierare con Al Pacino, un’icona prima ancora che un divo. Capelli scompigliati – quasi a spazzola – e occhiali da sole sempre calati davanti agli occhi, con il collirio a portata di mano. Indossa una camicia blu sopra una maglietta nera, e al polso porta l’immagine di un santo legato ai bracciali. Gesticola molto (tanto che le sue mani finiscono dritte sul mio registratore vocale, spegnendolo involontariamente) e non posso fare a meno di notare le unghie nere e logore delle mani. Nonostante sia impegnato con interviste e conferenze stampa dal giorno precedente, continua a mostrarsi estremamente divertito e disponibile. Lo è meno il suo stomaco, che a un certo punto reclama uova strapazzate «con molto bacon». Del resto sono le 13 passate.
Lo incontriamo per The Humbling, uno dei due film che ha presentato alla Mostra di Venezia (l’altro era Manglehorn di David Gordon Green), adattamento dell’omonimo romanzo di Philip Roth diretto da Barry Levinson, che arriverà presto nelle nostre sale. Pacino interpreta Simon Axler, un attore sull’orlo della depressione, che combatte contro il terrore di aver perso l’ispirazione e il talento.

Non so se sia una paura che condividi anche tu. Ma se dovessi immaginare la tua ultima scena in un film, quale vorresti che fosse?
«Potrebbe essere un’intervista, magari una di quelle in cui esprimo qualcosa di estremamente profondo sul senso della vita, come questa ad esempio (ride). Scherzi a parte, non lo so… Quello che il personaggio perde veramente è il desiderio: lui continua a recitare il suo ruolo come ha sempre fatto, e questo è logorante».

Quando hai accettato il ruolo, non hai pensato che la tua presenza e la tua fama potessero distogliere l’attenzione da Simon?
«A dire il vero no. Ho sempre visto il personaggio al centro del film. Ma capisco quello che intendi e personalmente non me ne sono mai preoccupato; finché il progetto rimane concentrato sul protagonista allora tutto è appropriato».

The Humbling mostra che, soprattutto per un attore, non sempre è facile distinguere tra realtà e finzione.
«In effetti il suo lavoro riflette la sua vita: niente figli, niente amore, parecchio alcol e un costante senso di solitudine. Il continuare a interpretare ruoli così lo ha fatto lentamente scivolare verso questo modo di pensare e vivere. Così ci ha rimesso la salute».

Nella tua carriera hai interpretato molte volte grandi ruoli da gangster e da poliziotto. C’è una ragione specifica in questa scelta?
«È vero che sono quelli che mi hanno regalato maggiore notorietà, però è anche vero che non si può paragonare Michael Corleone con Tony Montana, o Donnie Brasco con Big Boy Caprice di Dick Tracy. Ci sono gangster e gangster, e ogni volta mi piace cercare lo scopo del personaggio all’interno della sceneggiatura, anche se non è sempre positivo come può essere quello del detective. Anche in questo caso ho interpretato poliziotti molto diversi tra loro: quello di Insomnia non c’entra niente con il Frank Keller di Seduzione pericolosa né con Frank Serpico. Comunque sono tutte figure diventate famose perché erano protagoniste di grandi film diretti da grandi registi. E io sono stato fortunato a farne parte».

Solo questione di fortuna o c’è qualcosa in più?
«Certo, io ci ho messo del mio, ma partire da una sceneggiatura forte e dalla visione di un grande autore è stato fondamentale. In generale ho sempre cercato personaggi eccentrici, direi eclettici».

Non ti sei mai affidato all’istinto?
«Sì, anche se questo è cambiato nel corso tempo. L’unica regola che è rimasta immutata è l’affinità che ci deve essere tra me e il personaggio: non potrei mai interpretare qualcuno con cui non mi senta in relazione. Prima o poi mi piacerebbe fare Napoleone: mi è stato proposto uno script sui suoi ultimi giorni, ma ancora non si è trovato il modo per realizzarlo». […]

(Foto: Getty Images)

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