Albanese: «Siamo a un quarto d'ora dall'esaurimento nervoso, non perdiamo la risata»
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Albanese: «Siamo a un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso, non perdiamo la risata»

L'attore e regista torna in sala con Lavoreremo da grandi, il suo ritorno alla commedia dopo qualche anno. Lo abbiamo intervistato, per capire quanto sia importante oggi ridere in sala.

Albanese: «Siamo a un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso, non perdiamo la risata»

L'attore e regista torna in sala con Lavoreremo da grandi, il suo ritorno alla commedia dopo qualche anno. Lo abbiamo intervistato, per capire quanto sia importante oggi ridere in sala.

poster di lavoreremo da grandi

Da oggi, 5 febbraio, Antonio Albanese torna nelle sale con Lavoreremo da grandi. Il nuovo film dell’attore e regista arriva nelle sale con un’idea molto semplice e, proprio per questo, rischiosa: ambientare una commedia durante una sola notte e farla reggere tutta sul ritmo di quattro personaggi costretti a stare insieme, senza via di fuga. Antonio Albanese torna dietro e davanti alla macchina da presa scegliendo una storia compatta, quasi “a tempo reale”, in cui lo spazio è quello della provincia e il tempo è quello che scivola dal tramonto all’alba, quando tutto sembra possibile e tutto può peggiorare in un attimo.

Al centro ci sono Umberto, Beppe e Gigi, tre amici che aspettano Toni, il figlio di Umberto, appena tornato in libertà. Il rientro, però, non è una parentesi da archiviare: un incidente notturno sposta gli equilibri, scatena una reazione a catena e costringe tutti a inseguire una soluzione mentre la notte si chiude addosso. È una premessa da commedia, ma con una tensione che cresce scena dopo scena, perché i protagonisti devono fare i conti con i propri limiti e con quella sensazione di essere rimasti indietro che, in modi diversi, li accomuna. Accanto ad Albanese ci sono Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese, mentre il ruolo di Toni è affidato a Niccolò Ferrero: un quartetto pensato per funzionare come un ingranaggio, fatto di scambi rapidi, silenzi, sguardi e piccoli scarti di tono.

Come spesso accade nel cinema di Albanese, la risata in Lavoreremo da grandi non è mai soltanto un riflesso e non nasce mai dal vuoto. Anche qui la commedia si appoggia su un’umanità precisa: una provincia riconoscibile, personaggi adulti eppure irrisolti, la dolcezza e l’ingenuità come contrappeso a un presente che sembra chiedere continuamente rabbia o cinismo. Dopo un percorso recente più esplicitamente malinconico e sociale visto in Cento domeniche, Lavoreremo da grandi rivendica la necessità della comicità come energia, come gesto di resistenza, e lo fa puntando tutto su un’idea corale e su una struttura stretta, senza divagazioni.

Di tutto questo ne abbiamo parlato con il diretto interessato Antonio Albanese, nell’intervista che abbiamo realizzato per il numero di febbraio di Best Movie, disponibile in edicola e in digitale, che vi proponiamo anche qui di seguito.

scena dal film lavoreremo da grandi


Com’è nata l’idea di costruire una storia concentrata tutta in un tempo e in uno spazio così circoscritti?

Bella domanda, perché nasce tutto da qui. Io alterno spesso registri diversi: negli ultimi lavori ho fatto Cento domeniche, un film che per me era necessario perché volevo raccontare le vittime del crack bancario, e ho scritto un romanzo che parla della Seconda guerra mondiale. A distanza di qualche anno volevo tornare alla comicità, ma in un modo diverso. Prima di tutto corale, perché siamo in quattro protagonisti, uno più bravo dell’altro, e io sono orgoglioso del film per gli attori che ci lavorano. E poi volevo concentrare tutto in uno spazio temporale molto breve. Mi piaceva l’idea di un racconto che dal tramonto all’alba segue quattro persone in provincia: una provincia bella, ma anche un po’ rassegnata, se vogliamo, fatta però di brave persone che si ritrovano davanti a una situazione e devono trovare una soluzione. E mi piaceva l’idea di creare una specie di piccola orchestra: una combinazione ritmica tra noi. Siamo sempre in tre o in quattro, non c’è quasi mai uno da solo, proprio perché volevo quel ritmo lì. e ti dico anche un’altra cosa: l’idea è nata proprio sul Lago d’Orta, passeggiando, con Piero Guerrera che ha scritto la sceneggiatura con me. Poi chiaramente l’idea arriva, ma svilupparla richiede tempo, e la commedia è complicata. Però io lo volevo fare. Infatti il produttore, che è lo stesso di Cento domeniche, quando mi ha chiesto che film volevo fare, io gli ho detto: “Voglio vedere la gente in sala ridere”. E lui mi ha detto: “Sono d’accordo”.

Un ritorno alla commedia, infatti. Che rottura o continuità c’è rispetto a Cento Domeniche?

La continuità c’è sempre, perché una cosa sviluppa l’altra. Io mi alterno tra storie più drammatiche e storie comiche perché una aiuta l’altra. Di solito nasce da una necessità: a un certo punto sentivo il bisogno di tornare alla risata, e in un momento come questo io reputo un film comico quasi “trasgressivo”. Siamo tutti a un quarto d’ora dall’esaurimento nervoso per tanti motivi, e io credo che la risata non dobbiamo perderla. In un Paese civile la comicità deve esistere: ci aiuta, ci alimenta, ci dà energia. Poi per carità, a modo mio. Io sono fatto così da 35 anni, ma vado avanti per la mia strada. E sono sempre stato affascinato dalla comicità: ho fatto l’accademia di arte drammatica, ma quando ho scoperto la comicità ho scoperto una forma d’arte elevatissima, forse la più alta.

Credi ancora che la commedia sia oggi uno dei modi più efficaci per parlare della realtà italiana?

Ma certo! La commedia è un modo meraviglioso per raccontare il nostro tempo. L’importante è non essere in ritardo rispetto al tempo. Io sono nato in provincia e amo profondamente la provincia: mi piace individuare certe cose, e in questo film – magari in modo sotterraneo – c’è una sorta di strana rassegnazione di brave persone, gente che “non ce l’ha fatta” anche perché un po’ di pigrizia li ha avvolti e si sono adagiati. Però i costumi, gli sguardi, le immagini: lì dentro c’è sempre un racconto del presente. E la commedia è capace di farlo, assolutamente.

I personaggi sono quattro uomini adulti irrisolti, bloccati in una specie di eterna adolescenza: che tipo di umanità volevi raccontare?

Del presente, a me interessa molto l’ingenuità e la dolcezza. Io oggi le vedo come una cosa che dobbiamo andare a cercare: sono il contrario della rabbia, della contestazione, del lamento continuo. Io non sopporto più il lamento continuo. E mi piaceva cercare proprio questo: una dolcezza e una semplicità che trovi in una provincia sana, in un borgo, e in generale nelle nostre province. È una cosa che mi piace tanto.

scena dal film lavoreremo da grandi

Ti è mai capitato, come autore e come uomo, di riconoscerti in quella sensazione di ritardo, di occasione persa di questi protagonisti?

Io no, perché ammetto che sono stato molto fortunato. Quando mi stava capitando, ho avuto la fortuna e anche la determinazione – e un pizzico di coraggio – di lasciare il certo per l’incerto e di affrontare questo mondo. Però i miei amici di sempre, che continuano a fare quello che facevano quarant’anni fa, sono i miei amici: gli voglio bene. Perché l’ambizione a volte tradisce, deforma il carattere. L’ambizione è un po’ puttana. Io sono affascinato dalle persone semplici, serene, oneste, ingenue. Sono sempre stato molto affascinato.

Beppe, Umberto e Gigi fanno ridere, ma fanno anche molta tenerezza. Nel costruire queste figure sei partito prima dall’aspetto umano rispetto a quello comico?

Non puoi non affezionarti. È impossibile. E quello era un mio obiettivo: volevo rappresentare persone da amare. Non ho scelto attori a caso: ho scelto attori capaci di sostenere la comicità che desideravo ottenere. Però, se parliamo di umanità, io lavoro spesso con persone che conosco da una vita: con Battiston ho fatto l’accademia, con Nicola Rignanese ho fatto l’accademia, con Elena Giusti ho fatto l’accademia. E poi sono affettuoso nei rapporti: ci sono attori che amo e con cui mi piace tornare a lavorare, perché umanamente sono persone perbene. In questo film, poi, erano anche perfetti per le ritmiche, gli sguardi, le frasi.

Toni è il personaggio più giovane e, in un certo senso, anche il più lucido: che funzione ha nel film?

Toni è fondamentale. Io dicevo sempre: se troviamo il figlio possiamo partire col film, se no non si parte. È una figura interessante perché è anche un po’ la conseguenza di una generazione che non è riuscita a trasmettere valori, passioni. Io sono un grande difensore dei giovani: si parla sempre dei giovani per denunciarne il comportamento, ma la colpa non è loro. La colpa è di una generazione adulta che non ha controllato, non ha costruito. Quando ero ragazzino c’erano centri di aggregazione, più cinema, più teatri, più spazi per la musica, per la lettura. Questi spazi sono svaniti. E Toni, in quel senso, porta addosso una conseguenza. Poi magari certe cose mi servono come pensieri, me le tengo anche io. Ma l’intenzione di base è quella: io desidero vedere in sala la gente ridere.

Guardando oggi a Lavoreremo da grandi, che rapporto senti di avere con la tua immagine costruita?

Ti confesso una cosa: sono molto orgoglioso del lavoro che ho fatto in questi anni. Ho costruito maschere che hanno raccontato il nostro Paese, e non è semplice. Per fare un personaggio ci metto anni. Ho cominciato con Epifanio, poi per gusto personale ho voluto fare l’opposto e ho fatto Alex Drastico. Poi ho raccontato il mio territorio, la Lombardia, ed è nato Perego. Da lì ho inseguito il tempo e le sue deformazioni, nel bene e nel male, e sono nati altri personaggi, più leggeri o meno leggeri. E poi sono contento anche di quando mi sono avvicinato a temi più duri. Io considero I topi un gioiello: sono innamorato di quella serie e di quelle due stagioni. A distanza di anni ricevo complimenti da persone che magari non l’avevano mai vista. Era un modo per denunciare l’ignoranza della mafia, non per esaltarla. In poche parole: sono contento del mio percorso, del lavoro fatto, delle persone con cui ho lavorato e che stimo.

scena dal film lavoreremo da grandi

Si parla spesso di eredi nella commedia italiana: oggi il comico e l’autore devono seguire strade completamente diverse?

L’autore deve cavalcare il presente, perché domani è un altro giorno. Il comico ha un corpo, e il corpo è uno strumento meraviglioso: ogni corpo è diverso. Ma la comicità è anche crudele: non basta il corpo. Serve gusto, scrittura, desiderio enorme di arrivare a quella cosa. Perché, se ci pensi, è un po’ presuntuoso salire sul palco e cercare di far sorridere una persona. E poi c’è anche un’altra verità: il corpo si deforma, la maschera cambia, e con l’età si “intristisce” un po’. È anche interessante. Ti dico anche questo: ho fatto più fatica a fare questo film che Cento domeniche. Perché Cento domeniche ha una traiettoria più netta, mentre la comicità ti tiene appeso a un filo sottilissimo: a ogni passo puoi scivolare. Quindi serve un’attenzione continua. E in più c’era il desiderio di lavorare con attori sublimi. È stato un lavoro bellissimo.

C’è qualcuno, tra i nuovi nomi della comicità italiana, che secondo te sta interpretando meglio le esigenze di oggi?

Ritorniamo agli spazi. Perché sono nati gli stand-up comedian? Perché non ci sono più gli spazi per sviluppare lo strumento, il corpo. È un problema enorme. Nella stand-up ci sono elementi meravigliosi: a volte trovi qualcuno che ha battute, intelligenza alta. Però quello può diventare un limite, perché io voglio vedere anche i silenzi che il corpo riesce a riempire. La palestra che abbiamo avuto noi, quarant’anni fa, in spazi alternativi, sbagliando e risbagliando, è stata fondamentale. Gli spazi sono importantissimi. Io ho iniziato in casa di un amico, poi l’accademia mi dava luoghi per sviluppare fisicamente lo strumento. E impari a muoverti. Quando mi chiedono perché non ho social, io rispondo: perché lavoro. Io lavoro molto nel cercare, guardare, andare a vedere spettacoli, pensare e ripensare. È come la sceneggiatura: l’idea può arrivare subito, ma poi va cesellata. Siamo artigiani.

Per te qual è la cosa più importante nel lavoro comico oggi?

Non bisogna essere troppo attaccati a quello che viene fuori: magari all’inizio sembra un’idea bellissima, poi ci lavori e non ti piace più e la lasci andare. E soprattutto devi alimentarti: io vedo spesso un ripetersi di cose già viste. Vuol dire che bisogna essere curiosi, non aprire una finestra sola, aprire tutte le finestre. Andare a vedere, leggere, capire, per sorprendere con qualcosa di nuovo. Noi, tra amici, quando qualcosa non ci convince non diciamo mai “fa schifo”: diciamo “è in ritardo”. E quella frase dice tutto.

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