Alessandro Genovesi su Puoi baciare lo sposo: «Salvatore Esposito gay? All'inizio non tutti erano d'accordo»
whatsapp

Alessandro Genovesi su Puoi baciare lo sposo: «Salvatore Esposito gay? All’inizio non tutti erano d’accordo»

Il regista ci parla della sua nuova commedia in cui l'attore di Gomorra - La serie è un ragazzo omossessuale

Alessandro Genovesi su Puoi baciare lo sposo: «Salvatore Esposito gay? All’inizio non tutti erano d’accordo»

Il regista ci parla della sua nuova commedia in cui l'attore di Gomorra - La serie è un ragazzo omossessuale

Dopo aver lavorato per tanti anni a teatro (suo è lo spettacolo Happy Family da cui l’amico Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film) nel 2011 Alessandro Genovesi debutta al cinema dirigendo La peggior settimana della mia vita, una black comedy di buon ritmo che registra risultati convincenti al boxoffice. Da lì Genovesi sforna un film dietro l’altro, tutte commedie che declinano uno stile e un tipo d’ironia diverso ogni volta, per arrivare all’ultima fatica Puoi baciare lo sposo: una storia d’amore tra due ragazzi italiani alle prese con omofobia e pregiudizi. Tra i protagonisti, Salvatore Esposito di Gomorra – La serie.

Da dove arriva l’idea di questo progetto e come si è sviluppata?
«Il punto di partenza è stato un musical off Broadway che avevo visto anni fa. L’avevo segnalato alla produzione come soggetto da sviluppare ma c’era un po’ di scetticismo: in Italia il musical non sembra suscitare molto interesse nel grande pubblico, anzi pare sia proprio respingente. Alla fine, rispetto allo spettacolo teatrale ne è venuta fuori una storia completamente diversa dove è rimasto solo l’elemento dei due ragazzi gay che si vogliono sposare».

Però negli ultimi tempi il musical ha avuto una bella visibilità: penso ovviamente a La La Land ma anche all’italiano Ammore e malavita.
«Sì certo La La Land ha vinto molti Oscar ed è stato un caso, però in generale i musical non vanno troppo bene al boxoffice».

Quindi dell’elemento musical non è rimasto più niente in Puoi baciare lo sposo?
«Senza rivelare troppo, diciamo che è rimasto nel finale. Un finale-musical che ha coinvolto anche Diego Abatantuono: all’inizio era un po’ restio, poi invece si è scatenato…».

Inizialmente il titolo era Matrimonio italiano.
«Sì, ma non ne ero convintissimo perché suonava come tante altre commedie con la parola “matrimonio”. Il marketing, poi, riteneva che non facesse capire a sufficienza l’argomento del film per cui hanno creato una rosa di nuovi titoli e alla fine Puoi baciare lo sposo ci è parso il più corretto. All’inizio non capivo se mi piacesse o meno ma alla fine secondo me va bene».

La legge sulle unioni civili in Italia risale a maggio 2016. Puoi baciare lo sposo è figlio di quel particolare momento?
«In realtà il film ha avuto una preparazione molto lunga, tanto che quando abbiamo iniziato a scriverlo il tema delle unioni civili era sì caldo ma lontano dall’entrare in Parlamento. Poi, per fortuna, la legge è stata approvata e di conseguenza abbiamo fatto diverse modifiche alla sceneggiatura. In generale, la fase di scrittura e pre-produzine è stata lunga: non so bene il motivo, forse i distributori avevano paura del tema, o forse pensavano che fosse controproducente trattarlo in chiave comica. Alla fine, Medusa ci ha dato fiducia. E comunque io non cerco mai la gag facile o la battuta becera soprattutto se il tema è delicato».

Dove è girato il film?
«Principalmente a Civita di Bagnoregio, un paesino vicino a Viterbo. E poi c’è il prologo a Berlino».

Il motivo è intuibile, ma perché Berlino?
«È la città più “gaia” che ci sia al momento. Mi sembrava realistico che due ragazzi omossessuali italiani vivessero lì. Oltretutto è una città non molto vista nel cinema italiano ed è un po’ la nuova Londra, anzi ancor più viva».

Nei tuoi film precedenti, hai declinato la comicità con sfumature sempre diverse: in La peggior settimana della mia vita era più un’ironia nera mentre Soap Opera era un mix di toni diversi, dall’autoriale al thriller. Come descriveresti la comicità di Puoi baciare lo sposo?
«Diciamo che ha un stile più realistico, un aspetto molto “real”: il film è girato praticamente tutto a mano, ed è la prima volta che mi accade. Nelle mie opere precedenti c’era molta più rappresentazione; qui la macchina da presa è molto dentro l’azione. Nello specifico la comicità è costruita sui personaggi, sulle loro battute, e non sulle gag. Ogni personaggio ha un carattere e una storia specifica: ognuno dei protagonisti affronta un viaggio personale per arrivare a un’epifania ed è proprio in questo percorso, nelle difficoltà incontrate lungo la strada, che scatta la risata».

Nei tuoi primi film recitavano gli stessi attori: immagino che, venendo dal teatro, ti sia piaciuto ricreare una sorta di compagnia. In Puoi baciare lo sposo, invece, a parte Abatantuono, Antonio Catania e Monica Guerritore, troviamo diversi volti nuovi.
«Sì, è stata una scelta voluta. A livello di pubblico, il 2017 non è stato un buon anno per il cinema italiano. Col fatto che le commedie raggiungono tendenzialmente incassi più alti, ne uscivano una o due a settimana, dando l’impressione allo spettatore di trovarsi davanti sempre allo stesso film con sempre gli stessi attori. Sono mancati dei prodotti veramente nuovi e caratterizzati. Partendo da questa constatazione ci siamo fatti venire delle idee come ad esempio coinvolgere Salvatore Esposito in un ruolo molto lontano da quello di Gomorra – La serie».

Avevi già in mente lui mentre scrivevi la sceneggiatura?
«Sì, e confesso che è stata un’idea abbastanza combattuta: non tutti pensavano che potesse funzionare. La mia intenzione era fare un cast originale, che potesse un po’ stupire, e ovviamente trovare degli attori che fossero credibili nei loro ruoli: il codice recitativo e la messa in scena non dovevano essere quelli della farsa. Per il personaggio di Antonio abbiamo fatto molti provini e alla fine abbiamo scelto Cristiano Caccamo, poi ho voluto Diana Del Bufalo perché la reputo un gran talento anche al di là del canto».

A proposito di cast c’è anche un cameo di Enzo Miccio.
«Sì. Per dare il proprio benestare al matrimonio, la madre di Antonio interpretata da Monica Guerritore pone delle condizioni ferree e, tra queste, c’è Enzio Miccio come wedding planner: lo ha visto su Real Time e lo ritiene il migliore. Solo lui potrà organizzare un matrimonio bellissimo a cui parteciperà tutto il paese. All’inizio abbiamo riflettuto se far interpretare la sua parte ad un attore, ma poi avevamo paura dell’effetto farsa e così abbiamo preferito far recitare a Enzo Miccio la parte di se stesso».

Era contento della proposta?
«Sì. Enzo è una persona molto simpatica e piacevole, e secondo me fa anche molto ridere. Non amo tantissimo quando un personaggio televisivo entra in un film, però lui è una figura talmente particolare e unica che non poteva rimanere fuori. E poi penso serve a caratterizzare il personaggio della madre».

A proposito di camei, nei tuoi film ti piace ritagliarti sempre un piccolo ruolo: ricordo ancora la splendida interpretazione del cadavere in Il peggior Natale della mia vita… Anche qui ti sei divertito a fare una comparsata.
«Sì, faccio il barista in una delle scene girate a Berlino. Dico anche una battuta in tedesco…».

Questo del cameo è un rito oramai. Un vezzo alla Hitchcock?
«Una piccola apparizione mi fa sempre piacere farla, magari anche per coprire un “buco” senza ricorrere a qualcun altro. Mi diverte e cerco sempre di far ridere».

Del resto, tu hai fatto l’attore per 15 anni. avresti voglia di tornare a recitare?
«Perché no. In realtà l’unica che mi chiama è Alice Rohrwacher, che è anche un’amica: ho una piccola parte anche nel suo prossimo film Lazzaro felice dove sono un maresciallo dei Carabinieri. Mi piace molto recitare: l’occasione di interpretare un ruolo serio al cinema non mi è mai capitata, però mi piace l’idea e avendo girato tanti film mi pare anche di avere capito un po’ come si deve fare».

Tu hai lavorato per diversi anni in teatro collaborando con grandi registi tra cui Luca Ronconi, Elio De Capitani e Carlo Cecchi, e sei stato autore e regista di un bel successo come Happy Family. Avresti voglia di tornare a teatro?
«Per lavorare a teatro ti devono chiamare e da quando ho iniziato a fare commedie non lo hanno più fatto. Questi sono stati anni in cui mi sono dedicato al cinema facendo un film dietro l’altro e quindi non ho neanche avuto il tempo materiale per dedicarmi ad altro. Mi piacerebbe comunque scrivere qualcosa per il teatro».

Ultimissima domanda: prossimi progetti, cosa c’è in ballo?
«In questo momento sto leggendo tantissimo, sono quattro mesi che leggo di tutto: mi sono anche arrivate delle proposte ma per il momento non sono ancora convinto. Entro fine febbraio devo però decidere il da farsi anche perché ho un contratto ancora con la Colorado per un altro film».

Ti piacerebbe magari fare una serie Tv?
«Sì, assolutamente, anche per variare».

Sei un drogato di serie Tv?
«
Va a periodi. Diciamo che non passo tutte le sere o i pomeriggi a casa a vedere serie Tv. La sera ho più voglia di leggere o di uscire invece di stare davanti alla televisione».

Qualche serie vista recentemente che ti è piaciuta?
«The End of The F***ing World».

Foto: Loris T.Zambelli/Medusa Film

© RIPRODUZIONE RISERVATA